Giornalismo a Bruxelles

Una premessa
Bruxelles e giornalismo. Alcuni sbadigliano ciabattando verso il Midday Briefing, altri sfruttano la posizione di freelance per sbizzarrirsi con le storie che si possono scovare nella Bolla.Purtroppo la copertura stampa, almeno sui nostri quotidiani, è abbastanza piatta, fatto salva qualche fortunata eccezione qualche lodevole tentativo di comunicare meglio cosa sucede qui.

Bruxelles ha di sicuro un gran potenziale giornalistico. E' un centro decisionale sempre più importante, dove vengono prese decisioni che riguardano - spesso in maniera vincolante - tutti i cittadini della UE. Regolamenti e direttive europee sono importanti per tutti. Purtroppo, sono procedimenti lunghi e spesso molto tecnici, che interessano gli addetti ai lavori di settori specifici (ad esempio l'industria chimica, nel caso della direttiva REACH, una direttiva "epica" per portata e numero di attori coinvolti nella sua gestazione). Mal si adattano alla semplificazione e ai ritmi veloci richiesti dai media, che tendono a preferire le battute ad effetto dei commissari o, ancora meglio, i siparietti del Consiglio europeo, quando l'immancabile sfilata di primi ministri davanti al Justus Lipsius offre una bella photo opportunity alle telecamere di tutta Europa.

Ci sono poi i periodi caldi, come questo sulla Grecia, dove la Commissione europea viene continuamente citata, anche se c'è da scommettere che il lettore medio non abbia la più pallida idea di come funzioni il meccanismo decisionale in sede Ue, e fatica (comprensibilmente) a capire cosa sia davvero la Commissione.

Mentre la Commissione si arrabatta e spende milioni per comunicarsi più efficacemente, il giornalista furbo che approda a Bruxelles deve assolutamente farsi una formazione sulle istituzioni e come interagiscono con il mondo esterno, e andare aldilà della pigra superficialità dei grandi eventi. A quelli ci penseranno le cariatidi dei quotidiani più grandi e il Brussels Press Corps, dalle abitudini ormai consolidate.

L'ABC
Chi arriva a Bruxelles come giornalista lo può fare da background molto diversi, per cui alcuni consigli suoneranno banali a chi è già addentro, ma potrebbero tornare utili a chi muove i primi passi.

Innanzitutto, ecco una piccola rassegna stampa per entrare subito nello spirito di cosa fa notizia nella Bolla e di quali sono gli argomenti del momento. Sono i cosiddetti "Village media", letti praticamente solo da chi lavora negli Affari europei:


Per tutte le informazioni di base del mestiere, consigliati:
European Journalism Centre, che ha anche un interessante social network interno, che mette in collegamento i giornalisti interessati agli affari europei e internazionali.

Ovviamente, l'appuntamento quotidiano da non perdere è il Midday Briefing, la conferenza stampa quotidiana al Berlaymont, dove ci si incontra, si chiacchiera, e si ascolta la lettura dei comunicati stampa del giorno. Si entra facendosi accreditare oppure con il normale tesserino da giornalista.

Per un approccio un po' più originale e di maggiore interesse, consigliato seguire i blogger di punta della sfera UE. A parte il Brussels blog del Financial Times, ci sono una serie di giovani blogger molto in gamba che offrono spunti interessanti. Tra questi:

Jon Worth, dell'omonimo, britannico, uno dei blogger più rispettati di Bruxelles, l'unico invitato agli eventi stampa alla pari dei corrispondenti delle grandi testate
Polscieu, di Ronny Patz, dottorando esperto in tematiche di trasparenza e accesso agli atti
Tagsmanian Devil, dell'australiano esperto in comunicazione Mathew Lowry

Per una panoramica sulla blogosfera bruxellese, visitare EU Blogging portal, gestito (anche) dai suddetti ragazzi, che riunisce in un solo portale tutti i blog sulla sfera europea.
Utile anche seguire i blogger su Twitter (li si trova facilmente), dove spesso vi avvisano dei loro ultimi post o dei temi su cui stanno lavorando al momento. Divertentissimo su Twitter anche Andy Carling (@quarsan), opinionista di New Europe, britannico, tagliente e ironico, fa semplicemente morire dal ridere. Uno dei suoi ultimi pezzi descriveva Schettino come uno che è stato addestrato da Mr. Bean.

Il mercato del lavoro
Tasto dolente. Mentre Bruxelles è sicuramente un'ottima piazza per un giovane professionista che abbia voglia di cimentarsi con la UE, in campo giornalistico la miseria è ormai globale. La crisi della carta stampata, il citizen journalism e chi più ne ha più ne metta. Sta di fatto che tutti, ma proprio tutti, stanno tagliando sullo staff. Ecco le tre soluzioni possibili.

1. Free-lance puro
Per chi scrive in italiano la situazione, rispetto all'Italia, non migliora di molto. Certo, si è in un Paese straniero, un posto importante, da cui si possono ricavare molte storie. Ma sempre 60 euro a pezzo (se ti va bene) ti becchi. E per campare bene a Bruxelles un minimo di 1.500 euro al mese ci vogliono. Facendo due conti, ci vogliono delle solide e fidate collaborazioni per non rimanere a piedi. 
Per chi scrive anche in inglese (a livello alto) il campo si allarga. Una rivista specializzata inglese può pagare anche 300 sterline a pezzo. Di solito si tratta di riviste che seguono temi molto specifici (per esempio, le telecomunicazioni), e richiedono un alto livello di preparazione tecnica. Unico neo, la concorrenza dei madrelingua, che saranno sempre e comunque più fluent di voi.

2. Free-lance ibrido
L'ideale è trovare un posto di lavoro che permetta di poggiare il sedere davanti ad una scrivania per otto ore, durante le quali nessuno si scandalizza se uscite ogni tanto per fare qualche telefonata o nei tempi morti rispolverate un articolo. Soluzione a volte faticosa, ma economicamente sostenibile. Lavorare per un sito internet o un giornaletto di poco conto della sfera UE (per lo più in inglese), oppure come writer per un'agenzia di comunicazione, e nel frattempo portare avanti le collaborazioni prestigiose che interessano con gli altezzosi media nostrani (voci mi dicono che il prestigioso Limes, ad esempio, non paghi una lira a chi lavora ai suoi ricercati e molto documentati articoli). Per i più coraggiosi, c'è anche l'opzione lavoro in ristorante/bar la sera, giornalista di giorno. Ma bisogna essere proprio idealisti. 
Dove va a finire tutto ciò? Sicuramente alla lunga ci si fa un nome, e il giro di contatti e collaborazioni cresce. Può darsi però che il datore del lavoro-facciata si stufi di vedervi così poco coinvolti, e vi ponga davanti ad una scelta. E quindi si ritorna al punto uno, il freelance puro. Molto raro è invece il passaggio al punto 3.

3. Golden option: qualcuno ti assume
Difficile che sia un media nostrano. Agenzie di stampa e quotidiani non hanno fatto altro che tagliare negli ultimi anni, immettendo tra l'altro sul mercato bruxellese dei nuovi freelance con una marcia in più. Senza contare che per alcuni grandi quotidiani, l'essere inviato a Bruxelles è più un premio di fine carriera, un pre-pensionamento, che altro. Potrebbe essere un Village media (vedi sopra), ma le chance si riducono a fronte della già citata concorrenza anglosassone. Tentare - quando si vede un annuncio, o coltivando contatti tramite networking - non nuoce.

Tentare tutto, soprattutto formazione
In conclusione, sfondare nel giornalismo a Bruxelles non è più facile che altrove, anche se ci sono alcuni vantaggi. Innanzitutto, l'ambiente internazionale offre più opportunità. Soprattutto per più giovani, ci sono ancora borse di studio o fellowship che si possono tenere d'occhio e sfruttare. Fare networking con i colleghi di altri Paesi poi, può portare a nuove soluzioni, soprattutto per il freelancing ibrido. Date un occhio ad esempio a questa interessante iniziativa: Political Tours.

Visto che il giornalismo italiano sa di muffa e non è generalmente un modello all'avanguardia a cui ispirarsi, finché si è all'estero occorre approfittare di qualsiasi occasione di formazione e continuare a documentarsi sugli ultimi trend del mercato, che arrivano regolarmente dagli USA o da Londra. Utili a questo proposito i siti di PoynterPro PublicaPress Think e Journalism UK. Per seguire il promettente fenomento del Data journalism, una lettura obbligatoria è poi il Datablog del Guardian.

L'ultima spiaggia
Se proprio le cose non funzionano, e non si riesce a sbarcare il lunario con il giornalismo.
Se si ha abbastanza pelo sullo stomaco e si riescono a mettere da parte gli ideali.
Insomma, se l'affitto preme.
E' proprio il momento di passare dall'altra parte, che di sicuro ci accoglierà a braccia aperte: il magico mondo delle Pubbliche Relazioni. Ma questa è un'altra storia.









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