venerdì 9 marzo 2018

Volevo essere classe dirigente

Quando ero ventenne, sognavo di diventare "classe dirigente". Fino ad allora, avevo passato ogni singola mia estate a Capalbio, nota roccaforte della sinistra radical chic.
Maglioncino sulle spalle in piazzetta a Capalbio.
Questa la classe dirigente che sognavo.
(Nella foto: Pietro Grasso a Capalbio Libri 2012)

Ciabattare verso la spiaggia in pareo con Repubblica sotto braccio, abbronzatura tamarra e un lieve accento romano, ecco, per me questo era esser classe dirigente. Avere una casa nel centro storico di Capalbio, millantare un lavoro che avesse a che fare con la cultura e/o la politica. La politica culturale, ecco.

Avendo dalla mia una buona testa e una propensione a sgobbare per i miei obiettivi, ero fiduciosa che ce l'avrei fatta. Nel giro di un decennio o poco piu' sarei tornata a Capalbio con una prenotazione al migliore ristorante tra le mura del centro storico. E Repubblica non ce l'avrei solo avuta sotto braccio. Ci avrei proprio scritto.

Poi tante cose cambiano, tante cose si capiscono, tante cose evolvono. E insomma, non e' andata proprio cosi'.

La casa a Capalbio non ce l'abbiamo piu' perche' e' stata venduta per finanziare robe piu' urgenti.
E io non vivo in un attico a Roma, non prendo il the con i politici di sinistra e piu' che classe dirigente, mi definirei parte di una dignitosa ondata migratoria - una gioventu' adulta che come unico modo di lavorare onestamente senza strozzarsi ha scelto altri lidi. Una gioventu' che va in vacanza dove capita, dove porta il low cost, e quasi sempre porta all'estero comunque.

La fascia che piu' di altre pare abbia votato PD e Bonino. "Da lontano il PD sembra meglio", diceva un tweet ironico che pero' nascondeva un grosso fondo di verita'.

"La nostra societa' non siamo noi", ha commentato con amarezza la mia migliore amica (che vive in Italia) il giorno dopo le elezioni. Quella a cui ho sempre detto che faceva bene a studiare Medicina, perche' poi sarebbe diventata "classe dirigente". Neanche lei, penso, si sente classe dirigente.

Ed e' vero. Chi siamo noi? Non contiamo un tubo, e la pur buona volonta' di fare qualcosa, se non altro un contributo al dibattito pubblico, si infrange contro un muro di tweet velenosi e giornali infestati da troppa, troppa cronaca nera.

Ho finito per lavorare in un giornalismo arido, di nicchia, il piu' lontano possibile dalla politica e dai problemi della gente comune. Non so nemmeno cosa succede per strada, quando esco dal mio ufficio della Bolla.

Voto quindi stancamente, aggrappata ad un ideale insieme di valori "di sinistra" che forse e' un guscio vuoto, la solidarieta', la cultura, la tolleranza, l'inclusione sociale. Io che nel mio quotidiano ho la tendenza all'egoismo e all'intolleranza, e guardo ai partiti, alla "classe dirigente", come esempio da seguire, ideale da perseguire, per migliorarmi e per migliorare la societa'.

Ignoro i dettagli dei programmi, e non mi sono messa a confrontare promesse fatte e mantenute. Non sono andata oltre a generici riassunti sulla stampa generalista.

Mi sembra troppo complicato. Troppe variabili da tenere in conto per la mia mente abituata alla rassicurante tecnocrazia brussellese.

Contando tra l'altro su dei media - quelli italiani - che usano la lente di ingrandimento a loro piacimento e non sono capaci di restituire un'immagine fedele del dibattito, della realta'.

Voto e comunque sono lontana, altre sono le politiche che impattano la mia vita quotidiana, altri i contesti che davvero sono rilevanti per me, la mia famiglia e il nostro futuro. Non ho, per dire, un consigliere comunale di riferimento che possa dare un volto concreto ad argomentazioni teoriche.

Voto quindi aggrappata all'ideale di classe dirigente che mi ero fatta a Capalbio, sindacalisti con il sigaro e feste dell'Unita'. A Milano, bandiere della pace contro la guerra in Iraq. Foto in bianco e nero del Sessantotto. Dei comizi di Berlinguer. Immagini che mi piacciono, che mi rassicurano. Con Renzi "uno di noi", giovane, a dare una spolverata di modernita', di liberalismo, che insomma, la sinistra si deve rinnovare.

E' ancora la mia pancia che mi suggerisce repulsione verso il movimento cinque stelle, cosi' poco sexy. Un popolo di poveracci che rappresentano dei poveracci, che credono che la Rete li riscattera'. Insomma dove vuoi che vada in vacanza Di Maio? Mentre Grasso, invece, e' solidamente radicato nella sua bella casa proprio fra le mura di Capalbio  - dove spesso presenta libri e accoglie l'ameno pubblico in pareo di ritorno dalla spiaggia.

Un popolo - i grillini, i pentastellati, o come si chiamano - in cui rifiuto di identificarmi, coi quali rifiuto perfino di confrontarmi, e non so bene dire il perche'. Contro di loro c'e' tanta merda gratuita ma poche argomentazioni solide. "Sono populisti". Embe'? Qualcosa di piu' concreto?

Fanno paura alla classe dirigente, certo, cosi' mi spiego la costante campagna mediatica che li perseguita e che si aggrappa a qualsiasi cazzata - come un albero di Natale cittadino - per dimostrare la loro incapacita'.

Forse ho paura di scoprire che sono una poveraccia anche io, che vivo sul filo del rasoio di questo mercato del lavoro fluido e impietoso. Di queste spese in cui stare dentro, di reti di salvataggio che dove ci sono, sono comunque deboli.

Forse mi ripugnano perche' segnano il naufragio del mio sogno, loro che la classe dirigente la vogliono demolire.