martedì 31 gennaio 2017

Da domani

Dai non cambia niente, continuo a ripetermi per calmarmi. E' solo qualche ora al giorno, incalza la mia coscienza sporca.

E invece no. Da domani cambia tutto.

Da domani Giulia entra in societa'. E per me si apre una valanga di tormenti esistenziali e domande dormienti a cui non ho saputo mai dare una risposta in questi trentasei anni di eta'.

Domande che hanno a che fare con l'omologazione e l'individualita', ad esempio.

Appoggiarmi alla mia esperienza servira' ben poco. Del nido, agli albori degli anni Ottanta quando venni alla luce,non se ne parlo' nemmeno. E le mie presenze alla scuola materna si contano sulle dita di una mano, festa di Natale inclusa.

I pochi ricordi sono vividi e struggenti: il netto rifiuto del grembiulino (che oggi leggo come un coraggioso rifiuto dell'omologazione); la protesta silenziosa all'ora del pisolino, quando mi rifiutavo di distendermi e rimanevo orgogliosamente seduta sul materassino (stessa interpretazione); la cotoletta impanata rifilata all'amichetta pur di non mangiare fuori casa; gli schiaffoni tirati durante una lite a causa di una bambola (mi spiace per il particoare da femminuccia, comunque fortunatamente non era una barbie).

Su tutti pero', il ricordo piu' angosciante era il momento in cui la mamma diceva 'ok ora vado a scuola'. Un pianto cosi' intenso, un dolore cosi' totalizzante l'ho provato poi solo trent'anni dopo per la fine di un grande amore. 

Dicevo alla mamma dai ti accompagno al cancello e attraversavamo il lungo corridoio fino all'ingresso. Una volta giunti li', chiedevo alla mamma di riaccompagnarmi indietro. E cosi' via, finche' una mamma esasperata riusciva a divincolarsi dalla mia studiatissima presa a tenaglia e andare finalmente al lavoro.

Una pediatra compiacente decreto' che non ero fatta per l'asilo e cosi' rimasi beatamente a casa fino alle elementari, con effetti ancora visibili nella mia misantropia/introversione/sensibilita'.

Arrendersi sull'asilo e' ancora oggi uno degli errori educativi che rinfaccio ai miei genitori, pari soltanto a quando mio papa' macino' la strada verso le Ardenne, una sera dopo il lavoro, per venire a prendermi durante la mia prima gita scolastica di una settimana, la 'classe verte'. Causa: pianti a dirotto  per tutta la notte e nostalgia di casa.

Forse, se avessero insistito con l'asilo, e se mio papa' mi avesse lasciato passare quella terribile settimana nelle Ardenne, le mie separazioni successive sarebbero state meno traumatiche. 

Forse pero' non avrei avuto la stessa facilita' a fare scelte controcorrente per seguire le mie passioni. A fare domande a chiunque senza conoscere il significato della parola 'riverenza'. Ad avere una lingua con cosi' pochi peli che sembrerebbe aver fatto la depilazione definitiva.

E ora sarei all'ufficio marketing della Barilla invece che a fare la giornalista a Bruxelles. 

Un bel rompicapo, questo dell'educazione.