giovedì 24 novembre 2016

Donne, violenza e il continuum

Di solito uno slogan, un'affermazione, per essere efficace ha bisogno di un contraltare. Almeno questo è quello che ci insegnano a noi della comunicazione. Se di una cosa si può affermare il contario, allora il messaggio è potenzialmente efficace. Se no, è semplicemente e inglesemente uno "stating the obvious".

E infatti gli slogan, di solito, presuppongono la presenza di opinioni divergenti. Di campi opposti. "Sì al divorzio" presuppone un campo del "No al divorzio". "No alla pena di morte" presuppone uno schieramento che dice "Sì alla pena di morte". Insomma, per banalizzare e in linea con l'ossessionante dibattito ital-politico di questi giorni, un SI presuppone un NO e viceversa.

Per questo lo slogan "No alla violenza sulle donne" mi ha sempre lasciato perplessa. Perché all'apparenza manca di un contraltare. Si può forse affermare il contrario? C'è forse un partito che marcia a favore di botte e stupri? Qual è l'altro polo del dibattito?

"No alla violenza sulle donne" è uno slogan che non avrebbe senso di esistere. Perché, come dicono gli anglosassoni, "it states the obvious". Dice una cosa ovvia e universalmente condivisibile. Una cosa che non dovrebbe nemmeno essere messa in discussione.

E invece se esiste un motivo ci sarà. E il motivo è che, anche se non scendono in piazza e non hanno un partito politico, quelli che praticano violenza sulle donne o comunque la giustificano e non la trovano sbagliata ci sono.

Ci sono ma non si confrontano sul tema, a volte non sanno neanche di esserci, da quella parte.

Sono uomini e donne.

Non lo sanno perché molto probabilmente ci sono cresciuti, in questa mentalità, ne sono talmente impregnati che non saprebbero proprio come uscirne. Alcuni più di altri.

Per spiegarmi la violenza sulle donne utilizzo lo stesso schema che uso per spiegarmi l'esistenza della mafia. Ovvero quello del continuum.

L'omicidio di una donna, compagna o passante che sia, è a mio avviso solo il punto più estremo di una linea continua. Di un modo di pensare che si traduce dapprima in affermazioni più o meno gravi, poi in fatti più o meno gravi, fino, in extremis, all'orrore dell'omicidio.

L'omicidio di una donna parte dall'asilo e dalla scuola elementare. Parte da "io sono meglio perché sono maschio". Da "questo è un gioco da maschi". Da "Io posso perché sono maschio. Da "stai zitta femminuccia".

Esplode nell'adolescenza e nella giovinezza. Quando "le ragazze devono mettere la minigonna per piacere ai maschi". Quando "hai limonato con tizio e sei una troia". Quando "non uso il preservativo perché a lui non piace". Quando "tuo fratello può uscire in motorino e tu no".

E continua nell'età adulta. Quando "Ti pago di meno perché sei donna". Quando "Quella puttana con i suoi articoli ha rotto le palle". Quando "Sì le farei il contratto ma adesso vorrà avere figli". Quando "che cosa fa quella da sola a trent'anni all'estero". Quando "una volta le donne non lavoravano".

E' un substrato culturale che evidenzia differenze inesistenti e mette la donna in posizione di debolezza, che fornisce terreno fertile a uno che poi dice "mi hai lasciato e non hai più diritto di esistere". "Non ci sei stata e io mi prendo ciò che mi spetta".

Un substrato di varia intensità che per fortuna non genera sempre mostri (l'estremo del continuum), ma che può fornire - ad alcune latitudini e in alcuni contesti - una quotidianità desolante e arretrata dove muoversi da donna è tutt'altro che facile.

No, ragazza, così non va
Come in alcune fiction nostrane, proposte in prima serata dalla RAI. Mi provoca un leggero conato di vomito ad esempio "L'allieva": lei carina - molto carina - specializzanda, continuamente messa alla berlina, sminuita, mortificata da lui, il primario-di-sto-cazzo potente e belloccio che giocherella fra lei e una bionda che incarna gli stereotipi dell'oca.

Situazione quasi identica in un'altra robaccia con la Incontrada di cui non ricordo il titolo: lei, carina - molto carina - segretaria in uno studio legale nonostante sia avvocato (forse perché ha due figli, che tiene segreti), sbeffeggiata, umiliata e mortificata quotidianamente con il suo consenso dall'avvocato-di-sto-cazzo. A cui poi ovviamente la dà.

Nonno Libero, da te non me l'aspettavo
Una parola è troppa e due sono poche, direbbe nonno Libero. Ma perfino lui, perfino l'apparentemente innocuo Un medico in famiglia, ripropone la solita melassa inguardabile della specializzanda carina - molto carina - che sbava dietro al primario, che la utilizza per una ripicca verso la moglie in una crisi coniugale. Tra l'altro, qualsiasi iniziativa sacrosanta della studiosa specializzanda per incoraggiare i colleghi ad ergersi sopra l'italica mediocrità professionale è sminuita con inaudito paternalismo anche da colleghe donne.

La RAI ce lo propone. Ma il guaio è pensare che sia normale. Ho la prova che in Italia gente laureata, donna, non ci trova nulla di strano, in queste fiction.

Forse sono io, che sono cambiata. Il mio occhio si è acuito e ho l'orticaria facile per certe situazioni. Ci vedo già il germe di qualcosa che non va.

Il sessismo di cui ero portatrice anche io si è riassorbito, dopo sei anni fuori dall'Italia. Dopo sei anni qui non mi sembra più normale sentire dare della troia a una che fa bene il suo lavoro - da quello che dovrebbe essere il tuo capo. Non mi sembra più normale che le colleghe vengano continuamente e ossessivamente giudicate per quanto pesano e come si vestono. Non mi sembra più normale chiedere scusa prima di ogni frase e vivere in perenne understatement lavorativo anche quando sono preparata e sicura. Non mi sembra più normale scimmiottare un linguaggio da caserma per essere presa in considerazione.

Non mi sembra più normale sentirsi in colpa per tante cose, in una relazione. E sono forse meno romantica, ma più serena.

E ora che ho una figlia femmina sono sì preoccupata, ma un po' meno.