domenica 14 agosto 2016

A collo alto

Prima di questa esperienza le parole 'collo alto' evocavano nel mio vocabolario   - come in quello dei comuni mortali - un maglione dolcevita.

Non piu'. Ora tale espressione evochera' per sempre una delle giornate piu' incredibili e intense della mia vita.

All'inizio mi era stato presentato come un punto di forza, una cosa positiva. Un asset, insomma, da giocarmi in questa competizione/master di alto livello che era la gravidanza.

'Tranquilla, il suo collo e' bello alto e perfettamente chiuso', mi si diceva a qualsiasi accenno di fastidi o disturbi. [trattasi di collo dell'utero, non sono in grado di spiegare oltre, perche' nonostante al corso pre parto ci abbiamo mostrato delle figure, io non riesco a visualizzarlo. Ndr]

La mia piccola stava in una botte de fero, insomma. Nel caveau di una banca svizzera. Bene.

L'espressione facciale degli esperti inizio' a mutare verso la fine del percorso. 'Il collo e' ancora molto alto, e per giunta chiuso', diceva con aria preoccupata la dottoressa. Che pancia alta, diceva la cassiera del supermercato.

Quella che fino ad allora era parsa la conferma di un addome di ferro iniziava a diventare un imbarazzante handicap. 

Soprattutto col trascorrere lento e inutile dei giorni, il calendario che segnava il passare della data di scadenza, e poi dell'ultimatum, ovvero la data per la quale avrei dovuto partorire per forza. Con le buone o con le cattive.

Si ando' per le cattive, ovvero il parto indotto. Concetto gia' sgradevole di per se'. Uno gia' sa che il parto naturale non e' proprio un piacerone. Ma essendo che la cosa matura pian piano, e che poi ti coglie di sorpresa, alla fine uno lo accetta.

Ben diverso e' recarsi in ospedale una sera a mezzanotte, con il consapevole intento di farsi dare un medicinale che ti mettera' in ginocchio nelle ore successive.

Seduta sulla panchina di place Brugmann, alle 22.45 di mercoledi', mi cagavo sotto. Senza mezzi termini. In mezzo a ignari belgi di mezza eta' che affollavano il ristorante li' vicino. Sapevo che mi attendevano ore spiacevoli, ma non sapevo quante. E quell'espressione sentita ormai decine di volte, mi ronzava nelle orecchie senza darmi pace. Il collo alto.

D'altronde non c'erano alternative. Mi avviai con le lacrime del condannato a morte, supportata dal mio compagno di avventura (e incidentalmente di vita) e da un provvidenziale whatsapp della mia migliore amica, che era a un migliaio di chilometri di distanza e che invece avrei voluto li', a non piu' di mezzo metro.

L'ennesima ispezione confermo' il frustrante verdetto: il collo era alto. Pero' morbido. Una flebile speranza si introdusse nella buia notte, scandita da dolori addominali che potremmo definire equini per la loro portata.

All'alba mi conquistai l'accesso alla sala parto. 'Uscira' di qui solo con la sua bambina', mi garanti' l'ostetrica (francofonamente detta 'saggia donna').

Le ispezioni continue della giornata si ripetevano sempre uguali, con una saggia donna sempre diversa che infilava mezzo metro di braccio e con un'espressione tra lo sconcertato e lo sbalordito affermava che il collo era 'molto alto'. Addirittura si faceva strada un nuovo preoccupante dettaglio: il collo era alto e 'indietro invece che in avanti'. 

Obnubilata da dosi massicce di epidurale avevo iniziato a delirare, proponendo frasi  inintellegibili al mio compagno, che sgranocchiava nervosamente uno snack dietro l'altro.

Intanto fuori si scatenava una giornata di sapore apocalittico, con pioggia e un grigiore che faceva sembrare buio alle tre del pomeriggio. (Dove l'avevo gia' sentita questa del buio alle tre? Ah si la crocifissione).

Il team che mi assisteva era ben deciso a terminare la giornata con un parto naturale (che visto tutte le sostanze chimiche coinvolte, lo stava diventando sempre meno).

Fece la sua comparsa la figura del kine', una simpatica ragazza che aveva tenuto il corso pre parto, quello dove il bambolotto passava da uno scheletro di bacino.

Seguirono ore acrobatiche, che passai a gambe all'aria, su una palla, a gambe all'aria su una palla, facendo spaccate su un cubo, e molto altro. Allo stremo delle forze volli comunque far presente che non ero l'ultima arrivata e me la cavavo benissimo perche' avevo fatto ginnastica artistica agonistica, da piccola.

[Forse per questo ora mi ritrovavo quell'accenno di lordosi alla schiena che rendeva la discesa della piccola per quel canalone piu' difficile di una curva al gran premio di Monza. Cazzo]

Verso le sette di sera, Il collo era -stranamente - alto e io avevo iniziato a sovrapporre l'immagine del flemmatico anestesista fiammingo che mi faceva il rabbocco di epidurale a quella della madonna. Le mie forze decisamente basse. L'umore del team in discesa, al prospetto di una specie di sconfitta: il parto cesareo.

Va bene, dissi, mentre i piedi della piccola peste mi schiacciavano lo stomaco (lo capivo anche da me che per far agire la forza di gravita' ci sarebbe voluto un miracolo).

Ero delusa anche io. Dopo tutto quel lavoro, altresi' detto travaglio, ero costretta a issare bandiera bianca. A usare la scorciatoia del 'too posh to push'.

A rinunciare al momento cinematografico del 'spinga! Spinga!' Seguito da 'vedo la testa!' E la liberazione del pianto finale.

Senza contare l'ennesima macchia al curriculum, l'ennesimo affronto al mio ego di donna prestante, che le complicazioni precedenti  avevano messo a dura prova.

Con un clima ciarliero tipico della gita scolastica, il team mi accompagno' in sala operatoria.

E poi, quando ormai stavo per gettare la spugna, successe una cosa. Nel silenzio, improvvisamente, out of the blue. Una vocina che piangeva. Una vocina che prima non c'era e adesso si aggiungeva al mondo. Era Giulia. E allora improvvisamente non me ne fregava piu' niente del dolore, delle lunghe ore, della frustrazione. 

Il 'come' era uscita mi parve improvvisamente una futile questione, davanti a questo fagottino meraviglioso che mi stavano mettendo sul petto. E che ancora non vedevo con gli occhi perche' me l'avevano posizionata, guarda un po', troppo in alto.

Benvenuta Giulia.