venerdì 15 aprile 2016

Gente che ci si perde di vista

Si parlava, oggi, con la mia amica del cuore. Una di quelle a cui sono dedicati post come questo e questo.

Lei che per venire a trovarmi ha sfidato la paura del terrorismo e si è sciroppata un'ora e mezza di pulman da Lille chè la nostra compagnia aerea preferita ancora qui non ha ripreso ad atterrare.


Noi che siamo amiche del cuore da quando ci scambiavamo le magliettine della Onyx al liceo si parlava della gente che si perde di vista.

Rapporti che in un momento della vita sono importantissimi. Rapporti che ti formano, persone che entrano stabilmente a far parte di te e non ti sogneresti mai di negarlo.

Lo vedi. Lo vedi in un'espressione che usi spesso e che la prima volta fu pronunciata proprio da lui, il tuo migliore amico, e quella sera non riuscivi a smettere di ridere. Lo vedi in una scelta che hai fatto dopo che un'amica ti guardò negli occhi sedendoti di fianco in aereo e tu eri distrutta e ti disse "non puoi mollare ora".

Lo vedi in un certo autore che ti aveva fatto conoscere una compagna di università e che associ sempre e solo a lei, e alle discussioni infinite che quei testi generarono fra voi, quei pomeriggi che poi dovevi aspettare un'ora che il pulman per Milano centro si decidesse a passare per la periferia. Lo vedi un un certo modo di lavorare, che era tipico di una collega con cui ti sei confrontata tanto, prima che desse una mano a spiccare il volo verso l'altrove del tuo futuro.

Non serve Facebook perché mi vengano in mente a catena, una a una, le persone importanti della mia vita. E sono tante e sono belle. E ripensarci mi fa sentire ricca, ricchissima.

Il punto è. Alcune persone continuano a far parte della tua vita. Molte, moltissime altre, no. E Facebook con la sua chat, gli update di foto sorridenti, di matrimoni, di serate, non mi frega. Anche se queste moltissime altre sono lì, a portata teorica di click, in effetti non ci sono più.

Un confronto oggi appare forzato, goffo, inutile. A volte ci provi, con lo stesso vigore con cui uno organizza la pizza di classe del liceo. Ma lo senti subito che non ha senso.

Abbiamo smesso di condividere città, Paese. Interessi lavorativi. Svaghi. A volte stiamo a pochi isolati di distanza ma abbiamo preso strade diverse. Frequentazioni diverse. Probabilmente su certe cose la pensiamo ancora uguale, mentre altre scelte hanno scavato un solco incolmabile tra di noi.

Che magari non è così profondo, all'inizio. Ma si cresce, ci si arrocca in difesa arrogante delle proprie posizioni. Non ci si sente per mesi, anni. E si coltiva il timore che le proprie scelte non vengano capite.Il timore di doverle rimettere in discussione, o semplicemente di dover spiegare daccapo e pazientemente un percorso di anni. Di dover rovistare negli angoli bui di periodi difficili, per aiutare l'altro a comprendere il puzzle.

Forse qualche confronto si può recuperare, forse anche con grande soddisfazione. A volte, spinti dal caso di un incontro, ci si riesce. In alcuni rarissimi casi, come quello dell'Amicizia Vera (della quale noi due ci sentiamo benedette), il confronto continua senza sforzi e supera le Alpi e i chilometri e le vite diverse.

Ma è difficile.

Difficile confrontarsi di nuovo con chi in fondo non è altro che uno specchio del se stessi da liceali, del se stessi da universitari. Del se stessi di qualche anno fa.