sabato 26 marzo 2016

Bruxelles

La mia storia con Bruxelles e' una vera e propria storia d'amore. Ben documentata da dichiarazioni a penna sui miei diari e nelle mie conversazioni negli ultimi sei anni. 

Per Bruxelles ho fatto sacrifici, ho lottato, e alcune delle persone piu' importanti della mia vita lo sanno bene.

Ma dal novembre 2015 - il famigerato 'weekend di Salah' in cui trovai il museo Bozar chiuso - il nostro rapporto si e' incrinato. 

La fede in un posto in cui tutto andava bene e sarebbe comunque finito bene ha iniziato a vacillare. 

Un posto talmente poco pretenzioso che ero sicura nemmeno ai terroristi poteva interessare piu' di tanto. Un posto sciatto e alla mano. Casa mia.

E invece. 

Ora non sono piu' sicura. Qualcosa si e' rotto, le ferite della citta' mi si riflettono dentro. Tutto mi sembra pesante, dopo questo inverno lungo e freddo con tanta pioggia.

In questi giorni sono fuori citta', salvata da una vacanza pianificata da tempo e iniziata solo due giorni prima dei fatti.

Dalla mia finestra vedo il mare e con unbocchio guardo le news sul telefonino, gli update di facebook, i commenti su twitter. Combattuta fra il desiderio di rimuovere l'accaduto finche' sono qui e la necessita' di sapere, di capire.

Evito di immischiarmi in conversazioni virtuali, cerco di formarmi un'opinione.

Credo ci voglia una prospettiva nuova per considerare tutto cio', che le categorie di pensiero, le definizioni usate finora non funzionano piu', gli occhiali non mettono bene a fuoco.

E intanto io e Bruxelles ci squadriamo diffidenti, abbiamo preso le distanze una dall'altra. Aspettiamo il sereno pur sapendo di doverci lavorare entrambe.