mercoledì 28 ottobre 2015

Ci fu un tempo

Ci fu un tempo in cui mi piaceva tantissimo. 

Sedermi a un tavolo, scegliere cosa mangiare, godermi il mio pollo adagiato sulla pasta della pizza senza nessuno che scassasse. Non leggevo e non tenevo il telefonino davanti per controllare whatsapp ogni cinque minuti. Ai tempi poi, non c'era whatsapp e lo smartphone nemmeno. E poi abitavo in Bulgaria (da qui la pieteanza lievemente bizzarra).

Ci fu un tempo in cui mi piaceva tantissimo.

Viaggiare in aereo o in treno da sola, sfogliare una rivista, ma soprattutto guardare nel vuoto e lasciare che i pensieri scorressero indisturbati da futili interferenze quotidiane. Tipo il cellulare. Tipo le email. Un intero viaggio transatlantico passato a scrivere. Altro che quei film mediocri sugli schermetti, roba da persone medie.

Ci fu un tempo in cui mi piaceva tantissimo.

Dormire in albergo, sperimentare una camera nuova. L'ebbrezza della mia prima trasferta, a Parma. Tra un culatello e un piatto di tortellini, a compilare rassegne stampa nella mia stanza pagata con la carta aziendale. Scrivere articoli alle tre di notte nel Kempinski di San Pietroburgo, dopo una passeggiata sulla prospettiva Nevskij e un lussuoso bagno caldo. Era giugno, c'era la notte bianca. 

L'appartamento a Londra poi mi pareva una roba da ricchi sfondati. C'erano Porsche parcheggiate ovunque, perdio. E io potevo dire che facevo la spesa e dormivo proprio li'.

Tutto cio' e' svanito e non riesco a riacciuffarlo. 

Ogni trasferta mi pesa come un macigno. L'appartamento a Londra mi pare zozzo, i minuti sul Tube interminabili. Parigi ostile e New York insopportabile. Appena parto inizio il conto alla rovescia di quanto manca per tornare a casa, fra l'odore di piscio della Gare du Midi e i negozi che chiudono troppo presto.

Mi intristisce questo essere di passaggio, sedermi a un tavolo di fianco a comitive di amici che magari abitano in quel quartiere, che magari si fanno una pizza dopo il calcetto settimanale. Non sopporto essere fuori dalla mia routine, a spiare la routine degli altri. Non sopporto non conoscere la strada, perdermi sui mezzi pubblici e tenere il fiato sospeso finche' non verifico che l'albergo non e' in un quartiere a luci rosse o infestato di pulci.

Mi intristiscono quei flaconcini di sapone che ti lasciano la pelle secca e arrossata, i phon dal respiro flebile che non asciugano, i caffe' annacquati e i croissant plastificati delle colazioni. Mi intristiscono i receptionist del turno di notte, e come se ne approfittano togliendoti i soldi dalla carta ancora prima che il soggiorno sia terminato.

Forse non c'e' piu' quello spirito di avvventura ventenne che mi accompagnava sul traghetto Bari-Durazzo, alla scoperta dei Balcani dietro ad un furgone umanitario. Quella voglia di lasciarsi incantare da un baretto dietro l'angolo o di esplorare un quartiere di Sofia il sabato pomeriggio.

Forse e' perche' ho poco tempo, tra una conferenza e un'intervista, per resettare il cervello sulla modalita' "apertura ed esplorazione". Vado di fretta e scelgo un mediocre posto di hamburger invece di cercare un bistrot parigino come si deve. Sono in modalita' "denaro e utile" e non riesco a raddrizzare le antenne per captare bellezza e significato.

Forse e' perche' ormai e' passato il tempo in cui pensavo con dispiacere che a me in trasferta per lavoro non mi ci avrebbero mandato mai. Been there, done that. Troppe volte. 

Ne ho passati troppi, di sabati pomeriggio a scoprire citta', da sola, io e i miei pensieri, a perlustrare nuovi orizzonti. Non dormo piu' bene, quando sono in albergo. Da sola. 

Non ne ho piu' voglia.