mercoledì 9 settembre 2015

Non si chiede l'età a una signora

Su Google images è il primo risultato digitando "signora".
Non c'ho voglia di cercare oltre.
Non si chiede l'età a una signora. Scommetto che tutti, almeno in Italia, siano cresciuti con questo adagio. Quando, ingenuamente, chiedevamo all'amica della mamma o alla zia quanti anni avevano, scattava questa risposta che rimane poi incastonata nel DNA come il gesto per arrotolare gli spaghetti.

Ai tempi non capivo, ma accettavo. Non capivo perché ero sempre fiera di dire la mia età, sei anni, sei anni e mezzo, cercando sempre di arrotondare un po' all'eccesso, per sembrare grande. Beata infanzia. Tutto è filato liscio durante l'adolescenza, la giovinezza.  Niente e nessuno attorno a me mi faceva sospettare alcunché. E poi io ero originale. A me 'ste cose piccoloborghesi tipo la vecchiaia, le rughe e la borsa di luigi vuittone mi facevano una pippa.

Poi, un terribile gennaio, il blackout. Quest'anno ne compio trenta, mi dissi una mattina al risveglio (il mio compleanno è ad agosto). Trenta. Una cifra spaventosa che mi rimbombava in testa. Ehi, ma io sono originale, mi ripetevo con convinzione decrescente. E' tecnicamente impossibile che divenga una di quelle parruccone imbalsamate che risponderanno ai bambini "non si chiede l'età a una signora". Ero una tosta, che per lo stage MAE-CRUI avevo scelto un appartamento della periferia bulgara. Mica Roma, Washington o Bruxelles come tutti i fighetti normali.

Difendevo sempre più fiaccamente la mia diversità, mentre iniziavano gli Scrupoli.

La sorella di un mio amico, di un anno più vecchia di me (ma perché mai avevamo smesso di dire "di un anno più grande??") mi aprì gli occhi: dopo i trenta va tutto a catafascio, mi disse spietata in spiaggia.

La sera stessa mi tradì. Avevamo raccattato quattro ganzi toscani in un baretto, e uno di loro violò la sacra legge chiedendo ingenuamente "quanti anni avete?". Per la prima volta in vita mia ci pensai su una frazione di secondo, in cui la mia compagna di avventure ebbe la spudoratezza di togliersi dieci anni replicando in falsetto "Ventidue!". Per me era troppo tardi, avevo già iniziato la parola "tren...". Così feci la bruciante figura della vecchiaccia. Capii che le cose stavano cambiando drammaticamente. Occorreva riflettere, d'ora in poi, prima di rivelare l'età. La mia amica e coetanea M. consigliava un approccio negazionista. Ventotto va benissimo, diceva.

Iniziò così un periodo di scelte discutibili che in lessico borsistico potremmo definire di panic selling. Potremmo raffigurare il tutto con la graziosa immagine di una farfalla impazzita che sbattacchia sulle pareti di un barattolo chiuso. Il crudele barattolo anagrafico.

La domanda sull'età diventava sempre più scottante, era capace di mettermi di malumore per intere serate. Nella darwiniana Bruxelles poi, dove pullula di bimbi prodigio che a ventisette anni hanno già l'indeterminato e una famiglia in costruzione, dopo aver viaggiato il mondo ed essersi sparati come minimo due master. Avevo sempre una tara, a voler essere generosi, di almeno due-tre anni. (Mentre in Italia figuravo come una baby lavoratrice, ai limiti dello sfruttamento minorile. Sollievo). 

Ci ho pensato su qualche giorno, a come concludere questo post. L'ho capito, perché non si chiede l'età a una signora? Non so. L'altra notte mi sono svegliata di soprassalto in un letto sudato. Stavo facendo un incubo, avevo tre anni in più dei miei effettivi. Mi sono svegliata e mi sono tranquillizzata.

Sono solo trentacinque. Non ho ancora la risposta che cercavo.