sabato 25 luglio 2015

Summer rain

Cinque Terre, luglio 2015
Titolo che non c'entra con il post, ma suonava bene, potrebbe essere una canzone dei Guns 'n Roses.

Oggi pioviggina e si sta alla grande. Lo dico dopo essere rimasta terrorizzata dagli oltre 40 gradi milanesi. Quella sensazione di cervello fuso, di spossatezza e assoluta apatia che inducono le alte temperature, ci credo che più si va a sud più i paesi sono inefficienti. Come si fa anche solo a pensare di lavorare con certe condizioni climatiche?


Però un po' di sole ci vuole, e così ho trascinato un gruppo di mista nazionalità alle Cinque Terre per il weekend. Ho passato il mio tempo a redarguire chi ordinava un espresso come aperitivo, chi pensava ad un cappuccino maxi dopo cena o una pizza rotonda a pranzo sulla spiaggia.

Ho tentato di spiegare che un piatto di ravioli non è un antipasto da condividere con la tavolata ma un primo piatto da mangiare per i cavoli propri, al massimo te lo faccio assaggiare. Tutto sommato si sono comportati bene, ma mi hanno aiutato a scoprire una cosa: il turista in Italia non vuole l'esperienza del cibo italiano. O meglio, non la vuole veramente. Vuole qualcosa che sembri italiano, ma che sia ri-adattato alle loro abitudini. E purtroppo alcuni posti stra-turistici si adeguano con offerte che ledono l'orgoglio culinario nazionale e che fino a qualche anno fa erano improponibili.

Anche se sono contenta di tanto interesse nipponico per i nostri paesaggi, vedere quei pochi chilometri quadrati di bellezza diventare un luna park per comitive pallide in infradito coperte di ombrellini e crema protezione duecento mi dà fastidio. Il turismo di massa toglie charme, preziosità, unicità, generando mostri come il negozio di specialità siculo-russe. In Liguria. (Cos'hanno in comune le tre culture me lo sto ancora domandando).
La Spezia

Questa volta l'Italia mi ha dato una carica di energia pazzesca, che ho avvertito fin dalle porte scorrevoli dell'aeroporto di Linate. Come una molla che mi ha svegliata da un letargo. Ho perfino iniziato una lista dei piaceri irrinunciabili della vita che non sono replicabili fuori dall'Italia. La lista inizia con "cappuccino e Repubblica al bar".

Ho pensato che c'è una generazione - un po' più giovane della mia - che questo mondo ha veramente fucked up. In Italia, ma non solo. Ho pensato che le condizioni di oggi, fra social network, iper-consumismo e disoccupazione giovanile, sono tra le più impervie in cui crescere. Uno ti dice la prima guerra mondiale Ma almeno la guerra è una condizione chiara e identificabile e oggettivamente brutta. Mentre nella società di oggi quello che ti frega è la patina di normalità e la convinzione imposta che viviamo nel migliore dei mondi possibili. La felicità dovuta e plastificata nella cover dell'i-phone. E la reale infelicità di chi fatica a trovare il suo posto in un mondo che non si è scelto, a cui non vuole adeguarsi e non ha neanche torto, alla fine.

Penso a Camilla Cederna e penso che dovrei andare lì e scrivere di queste cose con una penna sanguigna. E penso che la Bolla, con le sue direttive, le sue statistiche e i suoi emendamenti immersi in una grigia frescura di luglio, sono un anestetico potente a cui è difficile rinunciare.