lunedì 29 giugno 2015

Svolte

Fatichi, ti arrabatti, sudi e bestemmi per dei mesi, per degli anni. Poi, nello spazio di un weekend, succedono cambiamenti epocali e i processi vengono a compimento tutti insieme.

Questo è stato uno di quei weekend, belli densi, in cui ho messo un paio di firme abbastanza importanti. Con un intermezzo musicale mica da ridere. Il mio primo concerto dal 1994.

Dopo tipo...dodici anni che ci provavo, ho finalmente firmato un contratto da giornalista a tempo indeterminato. Nel contempo ho chiuso in una scatola senza troppi rimpianti alcune vetuste carte da bollo dell'ordine dei giornalisti di Roma. 

Ho fatto poi un'altra firma, sotto a quella di qualcun altro. E ho inviato quella disdetta. Che vuol dire che tra qualche mese non starò più a fissare i tetti di Santa Caterina dalla mia adorata finestra.

Settimana scorsa ho anche tenuto la mia annuale lezioncina agli studenti di un master di comunicazione di Milano in visita nella capitale europea. La mia presentazione mira a fornire ai ragazzi (?) alcuni spunti per avviare un percorso lavorativo a Bruxelles.

Ho scoperto così che la Grecia e i migranti sono questioni "marginali" per l'opinione pubblica in Italia. Che l'Europa è ancora lontanissima. Che l'handicap numero uno di questi fanciulli così trendy sotto ai loro occhiali da sole griffati è ancora, tristemente, l'inglese. Che solo due su una ventina hanno fatto l'Erasmus, rispettivamente in Spagna e Portogallo.

Alla domanda se pensassero di fare il concorso per la Commissione hanno reagito scioccati. Ma non ancora! Non siamo all'altezza, era il messaggio. Ecco il prodotto di un'Italia che schiaccia e demoralizza, a tal punto che alla soglia dei trent'anni non ci si sente pronti ad un concorso studiato per essere accessibile con una laurea di primo livello o meno.

Li ho guardati con preoccupazione, ma come si fa a svegliarli? Lo scarto generazionale è ormai evidente, aggravato dalla macchina spazio-temporale che a Bruxelles ti fa correre molto più veloce.

Avrei i migliori auguri per loro. Vorrei augurare loro di muoversi, fare in fretta, andarsene da un'Italia che sicuramente li frena, drena le loro energie degli anni migliori. Vorrei augurare loro di capire presto come gira il mondo, che campare con mille euro al mese e mille di papà non è sostenibile, che devono farsi venire fame, andarsene.

Vorrei augurare loro di essere chiari con le persone che amano, di non tentennare e di prenderle per mano, se è il caso, convincerle a scappare insieme. Altrimenti, di lasciarle senza rimpianti. Di tagliare con serenità il cordone ombelicale, guardando avanti senza farsi venire il torcicollo per guardare continuamente indietro.

Vorrei augurare loro, soprattutto, di capire presto che la realtà che stanno vivendo non è l'unica possibile e che possono costruirsi un futuro altrove, se solo lo vogliono. Però devono smetterla di dormire dietro agli occhiali da sole griffati e mettersi un po' di pepe al culo. Che sono già in ritardo.