lunedì 2 febbraio 2015

Nerd ci nasci e ci rimani (storia di un violino)

Ero un esserino poco più che decenne e alla scuola-dove-tutte-le-nazionalità-d'europa-s'incontrano un po' soffrivo. Un po' mi mancava la mia migliore amica, che mi aspettava nel varesotto ad ogni festività con uno scatolone pieno di Cioè sotto al letto, per farmi recuperare. Un po' mi mancava l'Italia, simboleggiata - allora come oggi - dalla disponibilità di prosciutto cotto. E poi subivo il bullismo linguistico di due tedescone molto sviluppate, che mi davano la caccia per il campus e mi indirizzavano improperi (credo) in lingua originale. Dulcis in fundo, andavo in giro con delle All Stars tarocche perché non avevo ancora capito che c'era una differenza con quelle "vere".

Insomma, non era tutto rose e fiori, alla scuola più internazionale che c'è nel cuore dell'Europa. E allora mi stringevo alla custodia del mio violino, nell'attraversare il cortile. Mi faceva sentire più forte, mi sembrava che desse una dimensione diversa al mio stare al mondo, un senso che mi elevava al di sopra dei comuni mortali miei compagni con la maglietta di quei poco di buono dei Nirvana.  (Ma che si drogavano? Mi chiedevo con orrore mentre Kurt Cobain tirava i suoi ultimi respiri). Durante un malinconico rientro post-natalizio in Belgio, all'altezza di Basilea decisi che avrei pensato solo a suonare e non avrei fatto caso a tutto il resto. E infatti mi sentivo davvero bene solo le due ore alla settimana che passavo alle prove dell'orchestra (questa). 

Neeeerd! (suono di campanella)

Fai un flash forward di circa vent'anni. Passati a cercare di non essere nerd, dapprima dedicando il tempo in cui mi esercitavo al violino all'ascolto attento di Gianluca Grignani e la compilation festivalbar. Poi abbandonando lo strumento a favore di una più accettabile chitarra, su cui suonavo ossessivamente l'Unplugged in New York dei Nirvana, rivalutati postumi. Nel frattempo avevo arricchito il parco scarpe con tre o quattro paia di All Stars vere e certificate, che abbinavo alla camicia a scacchi d'ordinanza, comprata all'allora nuovissimo H&M di rue Neuve. E via con una serie di altre manovre cosmetiche, fra cui abbandonare una sincera passione per le scienze a favore di un'inclinazione decisamente più trendy verso le scienze della comunicazione. 

Si diceva, vent'anni dopo. Stessa città, a qualche isolato di distanza. Invece che attraversare il cortile del campus di Uccle, oggi attraverso l'incrocio di Arts-Loi. Soffro ancora. Un po' perché mi manca la mia migliore amica che mi attende nel varesotto per una sintesi emotiva ragionata dei mesi in cui non ci siamo viste. Un po' perché mi manca l'Italia. Un po' perché -nonostante tutti quegli sforzi, e Grignani, e la discoteca, e la comunicazione, l'altro sesso mi dà più sofferenza che gioie. E dalle tedesche sviluppate devo sempre comunque guardarmi le spalle.

E quindi che faccio, ho ripreso a stringere il mio violino. Ho ripreso a sentirmi bene almeno due ore alla settimana, mentre mi esercito su questo.

Arrivata a questo punto, posso riscoprire il lato nerd senza sensi di colpa. La battaglia del primo limone e la catena di sfide atletiche a seguire ormai vinte. E soprattutto, perse miseramente tutte quelle battaglie dove ho tentato di costringere la mia vera natura in posizioni forzate.