sabato 17 gennaio 2015

Italy in a Day

L'avevo già capito che la lacrima sarebbe stata inevitabile, ma mi trattenevo. Sebbene fossi in compagnia assolutamente fidata, non mi andava di lasciarmi troppo andare, sarà stato il clima austero dell'istituto italiano di cultura, quelle poltroncine arancioni ribaltabili, non so.



Poi, più o meno a metà film (ma potrebbe essere anche prima), il colpo di grazia. Parla una ragazza italiana New York, che il regista aveva già sapientemente introdotto nel farle dire che si stava perdendo il compleanno della nonna, in Italia. La ragazza dice qualcosa come vado avanti, avanti. Ma questo andare avanti e dimenticarmi di quello che ho lasciato indietro un po' mi spaventa.

E' stata la fine del contegno, un clamoroso touché che mi ha trasformata in una fontana per tutto il resto del film. E non solo perché Italy in a Day è un film bellissimo. (tutto merito del montaggio,spiegava sapientemente la signorina che ha introdotto il film, visto che il materiale l'hanno mandato le persone da casa).

Quello che dice la ragazza è una cosa importante. Parla in sostanza del moving on, che secondo me in Italia non è un concetto così radicato e benvoluto come in altri posti, guarda caso il faro di civiltà anglosassone. 

Moving on è un'espressione che gli anglosassoni pronunciano con gioia euforica. Si dice moving on dopo una relazione finita, si dice moving on nel lavoro, pardon, nella carriera. Moving on vuol dire mettersi alle spalle qualsiasi cosa non stia funzionando, che puzza di marcio o di vecchio o di noia, e proiettarsi gloriosamente avanti, verso un futuro luminoso.

Anche noi italici all'estero siamo paladini del moving on, anche se qualcosa di geneticamente conservatore ci fa guardare con diffidenza i cambiamenti troppo radicali che sanno di posticcio.

Ci siamo lasciati alle spalle un intero Paese. Un'intera fetta di esistenza che continua a vivere in forma edulcorata nei nostri ricordi, nei nostri racconti. Un Paese, delle persone i cui contorni perdono nitidità e veridicità di giorno in giorno, mentre siamo impegnati nella nostra nuova vita, nel nostro futuro. Poi quando torniamo in vacanza sperimentiamo un'angosciante dissonanza congitiva, fra le immagini congelate, imbellettate e incorniciate nella nostra testa, e i volti invecchiati e alcune situazioni insopportabilmente immobili.

E intanto li abbiamo lasciati indietro. Abbiamo lasciato indietro la gerontocrazia, la disoccupazione giovanile e l'assenza di meritocrazia. Ma abbiamo anche lasciato indietro quelle persone che amiamo e che non hanno voluto o potuto seguirci. Che non hanno fatto il salto, per qualsiasi motivo. Abbiamo lasciato indietro un intero Paese.

Ecco io ci penso, a queste persone e tante altre come loro che nei video come quello di Salvatores sono gli eroi del quotidiano, che continuano  a far giocare i bambini o a curare i vecchietti o a stare con gli amici senza farsi schiacciare dal capitale, o dalla sua assenza. 

Quanto è giusto limitare il moving on, mantenere uno sguardo all'indietro? Al di là della banalità sull'importanza delle radici, quanto è giusto coltivare almeno un po' il legame con il Paese che in fondo ci ha dato un calcio in culo? Quanto è giusto cercare di contribuire ancora? 

Vorrei tornare indietro per un momento, studiarlo in lungo e in largo senza la paura che mi travolga, che mi faccia cadere. Vorrei dare un contributo, per quanto piccolo possa essere, a studiarlo, a capirlo. Ma soprattutto vorrei farci la pace, perché quando ci penso, quando ci torno, tutto provo fuorché la pace.