mercoledì 27 agosto 2014

Legittime aspirazioni

Non è davvero vero che ho sempre voluto fare la giornalista. Sì, lo dico spesso perché mi dà un che di nobile. La missione, la verità, l'informazione. Certo.

In realtà quando avevo 18 anni volevo diventare regista di video di MTV. Erano gli anni d'oro di Giorgia Surina.


Ora. Non ci vuole un genio per capire che un desiderio del genere ha una data di scadenza più vicina di quella dello yogurt.

In altre parole, era un desiderio effimero.

Però io ci ho basato nientemeno che la mia scelta universitaria. Scienze della Comunicazione. Ancora peggio, scienze della comunicazione nell'università dei pulcini di Mediaset.

Che ne sapevo io, non ero altro che una varesotta di provincia cresciuta tra Bruxelles e il Dorset. Che ne sapevo della vita, che poi ci sarebbe stata la bolla di internet e Lehman Brothers e la crisi e la disoccupazione giovanile.

E i miei abbozzavano consigli blandi, per ubbidire all'imperativo post-sessantottino "deve fare quello che si sente". 

Perché ho scritto questo? Non lo so.

Forse sto cercando di dire che nella vita le scelte non sono mai definitive e mai determinanti, oltre che poco prevedibili nelle loro conseguenze. E che la vera bravura è saper volgere le conseguenze delle scelte a nostro favore.

O forse sto cercando di dire che ho trovato la gioia professionale anche se non ho studiato a Cambridge.

O forse che sono riuscita ad andare avanti con passione in condizioni ostili proprio perché non sono andata a Cambridge. [Poco importa che dopo abbia poi tentato un goffo recupero con il Collegio d'Europa]

Ho invece dissipato le risorse finanziarie dei miei per andare a lezione da Gad Lerner che ci raccontava che durante un periodo difficile della sua vita lo consolavano molto le telenovele sudamericane.

Oppure sto dicendo che effettivamente, nella vita non ho ancora trovato un modo di fare le cose che non sia "fare quello che ci si sente". Alla faccia del calcolo lungimirante.