sabato 5 luglio 2014

Dieci cose che Bruxelles mi ha insegnato

Intervistare Maroni abbigliata da liceale sinistroide.
Un errore che non rifarei più.
(Varese, 2005)
Non sto più nella pelle. Tra un paio di settimane ricorre il quarto anniversario del mio sbarco a Bruxelles, e sono in un crescente stato di eccitazione anticipatoria sul post che scriverò. Retorica, parole solenni, qualche lacrimuccia. Adoro le situazioni in cui ci si può auto-incensare senza pudore.

In vista di quel post, mi capita spesso di pensare a cosa mi ha insegnato Bruxelles in questi anni. Che poi sono gli anni in cui si è consumata la transizione da una frignante post adolescente ad una donna adulta e indipendente (più o meno).

Sono maturata un sacco, potrei dire, usando un'espressione che tanto piaceva alla mia migliore amica, al liceo (quella che ora vive su un'isola).

Ecco una decina di perle di saggezza.


1) Conta soprattutto come lo chiedi. Ho sempre dato valore alla trasparenza e all'onestà, con se stessi innanzitutto. Anche in seguito alle dure lezioni di schiettezza del mio coinquilino milanese (ciao Rob), ho sempre mal sopportato le costrizioni, le convenzioni, l'ipocrisia. Però. Però. Ho dovuto arrendermi all'evidenza che sbattere la propria pancia addosso alla gente con la scusa della spontaneità non è sempre quasi mai il modo migliore per ottenere ciò che si vuole. (Nè è sempre il modo più rispettoso di rapportarsi alla senibilità di ognuno, ma questo può anche essere un altro discorso). Con il tempo, anche io ho elaborato quella insipida e generica neutralità politically correct di stampo europeista (cit. Zucchero Sintattico qui) che contribuisce a grandi risultati.

2) Prima fatti un esame, poi incolpa gli altri. Un atteggiamento molto italiano (dettato anche dalle oggettive condizioni difficili del mercato del Belpaese) è incolpare immediatamente gli altri se qualcosa non va. Se non si trova lavoro, se si ha troppo da fare, se le task non sono commisurate alle competenze, è sempre colpa degli altri. Ho imparato a fermarmi dieci secondi prima di sbottare contro "gli altri". E io, cosa sto facendo davvero? E in un buon numero di casi l'esame mi ha aiutata a considerare la situazione nel suo complesso, a vedere le ragioni di ognuno, e a concludere che in fondo no, non avevo così tanta ragione come credevo.

3) Quando ce vo' ce vo'. il punto 2) non significa che uno debba diventare remissivo e pronto a cedere ad ogni pressione esterna. Ci sono casi, situazioni, in cui sbottare - con una certa sanguigna spontaneità - ha l'effetto di mettere l'interlocutore al suo posto. Ed evitare l'accumulo di quelle frustrazioni che evidentemente erano diventate troppe.

4) Prima di lamentarti, lavora. Spesso - anche qui molto italico - le lamentele fluiscono proprio nel momento in cui si sta per affrontare un compito pesante. Che sia un report, o un incontro a cui proprio non vogliamo andare, poco importa. L'ostacolo davanti a noi ci fa vedere tutto nero, e allora ci lamentiamo che il caffè in ufficio fa schifo, che al collega puzzano i piedi, eccetera. Smascherate questi patetici tentativi che hanno solo uno scopo: procrastinare.

5) Limita i pettegolezzi. Ogni tanto ci vuole una bella sessione di gossip misto a lamentele (come dicono gli inglesi, un rant). Ma meno di quanto fossi abituata a concedermelo in Italia e senza lo stesso grado di avallo sociale. Perché? vedi il punto 4.

6) Giusto conoscere i propri limiti. Ma forse, ogni tanto, puoi andare un po' più in là. Assolutamente contraria, oggi come prima, alle maratone in ufficio. Al lavoro nel weekend. Al sacrificio del sè sull'altare delle multinazionali. Se da settimane mangiamo scatolette e non abbiamo tempo neanche per fare mezz'ora di cyclette in palestra c'è qualcosa che non va. Però ogni tanto, forse, si può andare un po' oltre. Quando cala la palpebra e non ce la fai più forse, se questo può aiutare il tuo piano di salvare il mondo, vale la pena sparare questa canzone e continuare. Solo se ne vale la pena.

7) Non è noi vs. loro. Ma noi. Tutti sono umani. Compresi i capi. Fermarsi un attimo a considerare il lato umano del capo può aiutare a diminuire tanti contrasti. Mettersi un attimo nelle sue scarpe, insomma, come l'antico adagio indiano.
Questo è forse un po' hardcore

8) Mi stai sul cazzo? Pazienza. Rielaborando liberamente un passaggio di questo post, un segnale che sei diventato adulto è che hai accettato il fatto che ti stanno sul cazzo metà delle persone che conosci e non puoi farci nulla. Soprattutto, ostentarlo non giova né alle tue incipienti rughe né al clima generale, in ufficio e fuori. Grin and bear it. 

9) Superare i limiti è il vero divertimento. Non sono bravo coi numeri. Ah, io Outlook non lo so usare. Non chiedetemi di organizzare un evento. E' vero, ci sono compiti che ci si addicono di più e altri che non ameremo mai. Mentre prima - in maniera, secondo me, molto italica - ostentavo i miei limti orgogliosa come delle stellette e non mi sognavo di oltrepassarli, col tempo ho imparato a divertirmi proprio nella sfida di fare qualcosa per cui non sono molto portata. Ad esempio, ho giocato ad improbabili vidoegiochi matematici ogni sera finché non sono riuscita a passare questo test qua. Un'operazione puramente fine a se stessa. Ma una botta di autostima che ancora la sento.

10) Sdrammatizza. Moderare la tendenza italica a drammatizzare non è un male. Se però inizi a tastarti la pancia con preoccupazione per cercare di capire se sei ancora vivo o se un automa ha preso il possesso di te, forse è il caso di lasciarsi andare un po'.