giovedì 29 maggio 2014

Lezioni di vita nelle Ardenne

Bruxelles, maggio 2014
Una notte dei primi anni Novanta sperimentai per la prima volta in vita mia cosa fosse la depressione.

Frequentavo, con fortune e sentimenti alterni, la scuola europea, tutta immersa in quell'esperimento sociale tipicamente bruxellese dell'accozzaglia di nazionalità.

In quinta elementare ci hanno portati in gita, o come si diceva in europeo, in classe verte. 
La classe verde si svolgeva in un posto nelle Ardenne e durava una settimana.

Un tempo che a me decenne, una volta giunta a destinazione, dovette sembrare infinito.

Al calare delle tenebre, il primo giorno, iniziai ad avvertire acute fitte di angoscia. Avrei dovuto dormire lì, con i miei compagni, senza la presenza rassicurante della mamma nell'altra stanza. Dopo qualche tentativo di repressione del dolore era chiaro che la situazione non era più gestibile. Con decisione e il mento tremolante mi recai dall'occhialuto maestro catanese e dissi "mi manca la mamma".

Non sto a raccontare i lunghi e tediosi particolari di quella notte di lacrime e sofferenza. Sta di fatto che, vinto dalla stanchezza e da un probabile sfracellamento di maroni, il maestro catanese il giorno dopo fece una cosa che destabilizzò tutto il mio successivo pecorso educativo: chiamò i miei genitori.

E i miei genitori fecero una cosa ancora più destabilizzante, che a mio avviso mi regalò molti anni extra di infelicità nella vita adulta: vennero a prendermi.

La sera del secondo giorno, dopo che tutto sommato mi ero divertita a fare un corso di orientamento nei boschi, comparve all'orizzonte la macchina di mio padre.

A dire il vero il peggio era passato, e l'ameno centro sportivo dove eravamo alloggiati iniziava a sembrare meno terribile e perfino piacevole. Questo rovinò un po' il sollievo che pensavo avrei provato nel salutare tutti e salire in macchina, destinazione casa/mamma. Per tutta la settimana successiva, che passai a casa, provai in effetti una sorta di senso di colpa, di mancato adempimento di un dovere. Quasi altrettanto sgradevole che passare la notte insonne bagnando il cuscino di lacrime per la nostalgia della mamma.

Ero stata sconfitta. Ecco cos'era. Avevo ceduto e i miei genitori non avevano fatto niente per spingermi a resistere. Per sdrammatizzare, che la vita è anche questo, un po' di sofferenza ma poi passa. Soprattutto quando non c'è nulla di concreto per cui soffrire.

Quella sensazione di sconfitta mi è rimasta dentro e ci penso spesso, quando mi sembra di non farcela e quando passo la notte a inondare il cuscino di lacrime. Ma forse proprio per lo strascico di quell'esperienza, e per non voler provare mai più quella sensazione di sconfitta, resisto a certe tentazioni.

No, questa volta non chiamerò papà per farmi venire a prendere.