martedì 15 ottobre 2013

Tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore

Vedere questo film è stato come innamorarsi. In due ore e qualcosa rivivi quella fase in cui trovi continue conferme a quello che sei, a quello che vuoi vedere, in cui continui ad esclamare dentro di te "è proprio così", in cui trovi le risposte a un sacco di
domande che ti fluttuavano in testa da mesi, da anni.

Tutto proiettato sul grande schermo nel contrasto tra le immagini oniriche di ossessioni cattoliche e la musica pulsante della becera vita notturna della capitale.

Ho pensato, e sono sicura l'avranno pensato molti di quelli che l'hanno visto, questo film sono io. Questo film è quella contraddizione che mi rode da un ventennio almeno, è la tensione dolorosa fra superficie e profondità, è il lavoro che mettiamo in atto quotidianamente per soffocare, per non sentire. Per seppellire il sentimento, la profondità, la bellezza.

Perché lo facciamo?

Perché preferiamo andare a una festa a ballare la Carrà, perché fumiamo una sigaretta dietro l'altra e non ci fermiamo un attimo a guardare, a capire, a sentire?

Forse lo facciamo perché siamo mediocremente umani, ed elevarsi sopra la mediocrità è un'impresa titanica che solo a pochi, o meglio, forse solo a sprazzi, è concessa. Forse semplicemente ci terrorizza quello che sta sotto, l'imbarazzo dello stare al mondo, e piuttosto che affrontarlo preferiamo investire tutte le nostre energie fisiche e mentali per coprirlo.

Quello che ci rimane è sederci qui, la sera tra amici, e prenderci un po' in giro. In fondo va bene così. In fondo questi momenti sono i pochi in cui ci concediamo di mantenere la lucidità e l'onestà intellettuale che ci salveranno dalla decadenza.