sabato 26 ottobre 2013

Perdere tempo

Se fossi cresciuta a Cambridge non sarei cosi'
impedita nel punting, per dire
A volte mi struggo a pensare al tempo che ho perso e che avrei potuto non perdere. Alla velocita' a cui vanno le cose a seconda del Paese, del contesto in cui ti trovi. E di conseguenza alla velocita' a cui si puo' evolvere la tua situazione a seconda della fortuna/bravura di trovarti nel posto piu' fertile.

Lo pensavo l'altra notte, che ho passato in un luogo per le mie umili aspettative figherrimo, dove appena tre anni fa sognavo solamente di entrare. Pensavo che se ci fossi entrata qualche anno prima adesso sarei stata molto piu' sciolta e avrei saputo molte piu' cose, che invece magari mi ci vorranno altri anni a sapere. E la vita mica e' infinita, soprattutto per le femminucce.

L'ho pensato quest'estate a Cambridge, durante una settimana di avidita' nozionistica nel verde inglese. Mi sono immaginata come sarebbero stati i miei vent'anni se fossi stata li' ad iperstimolare il mio cervello, invece che in una specie di sussidiaria di Mediaset a cercare con il lanternino un minimo di spessore in corsi come "la sociologia secondo Alberoni e sua moglie".

L'ho pensato quando finalmente ho potuto sospirare con sollievo che stavo facendo il lavoro che volevo. Ho pensato che se avessi potuto sedermi li' o in un posto simile anni fa, invece che mettere il cervello in letargo dietro a scrivanie che mai avevo desiderato, adesso sarei molto piu' brava e molto piu' sveglia. E non mi sentirei tanto tarda rispetto ai baby-professionisti anglosassoni, che a 28 anni hanno ruoli da quarantenne italiano, o chi ha iniziato a macinare stage alla Commissione a 21 anni.

Pero', pero'. Mica sono cosi' semplici le cose. Perche' e' vero, l'Italia mi ha fatto perdere un sacco di tempo professionalmente. Pero' esiste una vita oltre le agenzie di rating, come si scrive bene qui. E l'Italia mi ha dato un sacco di altre cose umanamente. Persone, amori, piaceri, Vita

Mi ha insegnato a vivere con uno spessore che forse il potenziale genietto di Cambridge non avrebbe mai appreso. La relativa mancanza di stimoli del varesotto mi ha insegnato ad accontentarmi il giusto per non vivere in uno stato di perenne insoddisfazione (ma non tanto per non spingermi a cercare di meglio), a mantenere la purezza di gioire delle cose piu' piccole. Ad ascoltare le persone, ad osservare, a emozionarmi, a scrivere per non annoiarmi. Mi ha dato ironia ed elasticita' necessaria a prendere un po' meno sul serio le agenzie di rating esistenziale che segnano target obbligati di carriera, famiglia e figli.

E a darmi ogni tanto spesso una pacca sulla spalla per farmi i complimenti, misurando i miei progressi non tanto sulla scala di valori del Mondo Oggettivo, quanto sulla mia scala personale. 

La mia conclusione dunque e' che a livello professionale si puo' forse quantificare il tempo perso, ma per quanto riguarda la nostra persona tutta intera e' un concetto che sfiora l'assurdita'. Soprattutto se abbiamo sempre puntato a viverci ogni minuto appieno, che fossimo a Cambridge o a Lentate sul Seveso.