giovedì 19 settembre 2013

Un certo autunno


Un certo autunno, di cinque o sei anni fa, avevo appena finito quest'avventura qua. Ero in Italia e disoccupata  e in cerca della mia strada, o più prosaicamente, del prossimo passo da fare. Un giorno - tra un curriculum e un colloquio - sono stata in questa casetta di montagna. Che era più la dependance di una villa, su pendii sopra Varese, dove c'è la neve ma vedi il lago. Quel posto si chiama Brinzio, e ci abitava una persona importante che da allora avrò visto si e no due o tre volte. 

Ci abitava con il suo cane e occasionalmente con il fidanzato. 

Il posto era spartano, pavimento ad assi di legno, il sofa' disfatto coperto da cuscini e coperte a righe multicolori. In camera c'era la muffa tanto era umido, sul lettone dai molteplici piumini e un sacco di vestiti. C'era la stufa detta "Etta", che verso sera abbiamo acceso perché iniziava a fare freddo, lassù. C'era un tavolo piccolo attorno al quale siamo passate dal caffè della colazione alla pasta del pranzo alla tisana del pomeriggio, praticamente senza alzarci mai. Abbiamo parlato e parlato e parlato, approfondito, ragionato sulle cose, come per noi è sempre stato normale, fin da quando eravamo compagne di banco al liceo. Anche lei tornava da un Viaggio, e voleva fermarsi un po'. 

Abbiamo discusso delle possibilità, di che cosa fare. Lei pensava di lavorare qualche ora al giorno al circolino del paese, di pomeriggio, giusto per avere i soldi per fare la spesa. Mi sembrava un'ipotesi plausibile, mi attirava e per un attimo mi sono immaginata a prendere anche io quella strada, in mezzo ai boschi. O lavorare nel bar sotto casa a Torino, per vederlo tornare la sera, in fondo che cosa contava di più dell'amore?

Invece ho preso la tangenziale di Milano, ho comprato delle scarpe nere con le stringhe e mi sono affacciata al magico mondo della PR-finanza. Avevo i capelli lunghissimi e la pashmina rossa, la sera prima di iniziare il nuovo lavoro. Sapevo che mi sarei persa.

A quel giorno ci penso spesso, perché credo che sia stato uno di quei giorni in cui la tua vita è a un bivio. Quei giorni in cui ti affacci per un attimo ad un universo parallelo, quei giorni in cui hai in mano il volante e puoi svoltare da una parte o dall'altra. Quei giorni in cui annusi quella che potrebbe essere una possibilità di vita.

Io a quel giorno ci penso spesso, soprattutto quando la mia vita mi sembra complicata e un po' assurda, quando mi devo spostare in aereo dall'altra parte del mondo per andare a serntire cosa dice uno o spendere un sacco di soldi per cenare da qualche parte dove il cibo non mi piace nemmeno, invece di camminare per la strada dei boschi e mangiare quella pasta con il sugo del viaggiator goloso e sentire dentro un sacco di amore.

Quel giorno me lo tengo a mente perché non è detto che quella casetta, un giorno, io non torni ad esplorarla. Perché alla fine di tutti questi pranzi inutili e conversazioni inutili a parlare di cucine di paesi di cui non me ne frega niente, alla fine di tutti questi ragionamenti sull'estero e sull'Italia e su dove sia meglio vivere, alla fine di queste continue fasulle possibilità di essere felice, di tutti questi vestiti e tacchi e trucchi inutili, di queste nottate di shot di vodka inutili, avrò finalmente la forza che mi è mancata prima.