martedì 14 maggio 2013

Un giorno sui tacchi

Oggi ho fatto un esperimento personal-sociologico, che ha dimostrato quanto un a cosa piccola, un dettaglio, possa in realtà modificare il corso dei tuoi pensieri per tutta la giornata, innescando riflessioni di portata universale.

Ho messo le scarpe col tacco.

Occorre premettere che si tratta di un evento di grande rarità. Indosso i tacchi due o tre volte all'anno di giorno (salgono lievemente se si contano le serate, ma non di molto). Ho infatti capito, da quella serata adolescenziale, che i tacchi non sono obbligatori e che una donna può condurre una sana vita sessuale e sentimentale anche senza massacrarsi piedi e gambe.

Stamattina però mi andava così. Motivo numero uno: mi sono svegliata così. Motivo numero due: ho pensato che il pensiero della scomodità garantita dai suddetti avrebbe fatto da leit motiv alla mia giornata, sostituendo così la litania di paranoie e pensieri molesti che quotidianamente tengono inutilmente impegnata la RAM del mio cervello.

Ha funzionato. Per tutto il giorno mi sono trascinata penosamente sui graziosi marciapiedi a ciottoli che caratterizzano il centro città, schivando buche e mattonelle assassine. Ho preso la metropolitana due volte per fare duecento metri, ci ho messo in media un quarto d'ora in più a percorrere qualsiasi distanza. In ufficio mi sono quasi fatta scoppiare la vescica pur di non dover fare quei cinque, sei passi per raggiungere la toilette. E per tutto il giorno ho sviscerato la questione femminile da capo a piedi, mentre i piedi urlavano pietà e le ginocchia si piegavano dal dolore. Tutti i miei sforzi fisici e mentali erano concentrati ad affrontare questa nuova orribile protesi, tanto che potrei paragonare il mio esperimento di oggi a quello dell'artista francese che per un mese ha vissuto con il burqa.

Farò una semplificazione brutale, ma a me i tacchi sembrano ugualmente uno strumento oppressivo, invalidante, e a misura d'Uomo. Mentre il burqa (i religiosi mi perdonino la semplificazione) protegge la donna dallo sguardo maschile, il tacco (gli stilisti mi perdonino la semplificazione) è fatto per compiacere lo sguardo maschile. Ma nei millenni si arriverà ad uno stadio evolutivo tale per cui la donna almeno un po' se ne fotte di 'sto sguardo maschile? No! Perchè il fiore, l'ape e la farfalla...e scatta la riflessione darwiniana naturalista.

E questa riflessione è solo la punta dei vari iceberg teoretici che ho elaborato e messo a punto oggi.