venerdì 15 marzo 2013

Conflitto papale

Non sono un'osservatrice di cose papali, di solito, e ho ricevuto la notizia del nuovo Papa con la colpevole superficialità con cui ho affrontato quella dei risultati elettorali e svariate altre cose che succedono in Italia e nel mondo, troppe perché la mia attenzione riesca a catturarle tutte.

Ma c'è un elemento che continua a colpirmi in tutta questa narrativa del neoeletto al Vaticano. Mi colpisce l'insistenza sull'immagine di papa dei poveri, di papa delle favelas, di persona la cui generosità e apertura d'animo fanno si che si senta a suo agio solo tra i poveri. Ok, su cos'altro volevi che puntasse. Ok, è un prodotto di comunicazione ben confezionato, in linea con la narrativa cattolica. La vicinanza al povero è un must, è l'ABC, è il minimo indispensabile nella cassetta degli attrezzi.

Ma volendo farci un ragionamento utile, giusto per far finta che a noi non ci si prende in giro, la domanda è: se ti senti a tuo agio tra i poveri, se ti senti realizzato solo nel tenere la mano a un bambino delle favelas (e giuro che non pensavo a doppi sensi), com'è che sei arrivato ad essere papa, ad aspirare di stare seduto tutto il giorno in un luogo che trasuda potere, lusso, ricchezza?

Voglio dire, non credo che ti eleggano Papa per caso. Immagino che come in tutte le istituzioni grandi e piccole, la carriera papale abbia un suo percorso, fatto di estenuante lobbying interno, di public relations, di networking, insomma, di politica. E vista la posta in gioco, immagino che il percorso di autopromozione all'interno dell'istituzione sia lungo e faticoso, e richieda grande energia e motivazione.

Tutto questo tempo che il neo papa ha sicuramente passato a crearsi gli appoggi giusti per arrivare al vertice dell'azienda, non poteva dedicarlo ai poveri che gli stavano tanto a cuore? E non mi venga a raccontare che a spingerlo a diventare papa sia stata l'idea che una volta al vertice, avrebbe potuto beneficiare ai poveri molto di più che da una parrocchia di Rio. 

Insomma, è come un esperto di economia che si dice votato a risolvere la fame nel mondo e poi va a lavorare alla Goldman Sachs invece che in un think tank no-profit. Non c'è coerenza nel messaggio. Tanto vale ammetterlo, papale papale: sì, ero accecato dall'ambizione e ho dedicato la mia vita a raggiungere soldi, fama e potere.

Al termine di questo post mi chiedo perché mi importi tanto, e la risposta è semplice. Perché il conflitto papale tormenta anche noi. O almeno, alcuni di noi che si fanno delle domande. Ne ho già scritto qui, quando cercavo di capire se c'era coerenza fra manifestare contro le banche e poi mandarci il curriculum. Se va bene dedicare le proprie energie a scalare l'establishment e continuare a dichiarare che è disumano invocando "valori più alti" di cui ci sentiamo portatori. Addirittura, se l'ambizione è qualcosa di sano e giusto, come ci insegnano gli anglosassoni, o di sporco e cattivo, come ci insegna la nostra provenienza del sud Europa cattolico (per l'appunto).

Forse anche Francesco, come noi rivoluzionari repressi, sognava di scalare l'establisment per cambiarlo dall'interno.