mercoledì 4 luglio 2012

Quello che mi manca dell'Italia

Ci ho riflettuto sopra per due anni. Ho ripreso il concetto diverse volte, l'ho girato e rigirato. Ora, posso affermarlo con certezza. Quello che mi manca dell'Italia -escludendo, ovviamente, gli affetti - non è il clima, non è il cibo, non è la bellezza delle città.

Quello che mi manca dell'Italia è la capacità di accontentarsi. Quella capacità di sedersi e dire "sono contento così". Nonostante tutto. Nonostante il precariato, nonostante lo stipendio non altissimo, nonostante quello che c'è scritto sui giornali. Quella capacità di passarci sopra, di compensare con le relazioni umane tutto il resto che non va.

Intrappolata in questa gara di criceti bruxellese, sempre più insoddisfatta, sempre alla ricerca di qualcosa che non so neanche più definire, il mio stipendiuccio italiano e la serenità che avevo dentro mi sembrano beni incomparabili anche con il più goloso salario da funzionario. 

Potrei accontentarmi anche qui, è vero. Ma mentre accontentarsi in Italia è inevitabile per sopravvivere, accontentarsi qui è difficilissimo. Ti guardano male. Tu stesso ti senti in colpa di essere contento. Vuol dire che you are not trying hard enough. You are not aiming at delivering excellence. You are not trying to exceed your limits. Sei un ritardato, insomma, se in una pasticceria piena di dolci colorati ti accontenti di un anonimo plum cake.

6 commenti:

  1. Leggo sempre il tuo blog con interesse, e ogni volta mi sorprendo nel leggere tra le righe un velo di insoddisfazione di cui immagino ti fai portavoce, che appartenga non solo a te ma a una generazione di coetanei che è andata lì, ha avuto successo e nonostante questo non è felice.

    Capisco quello che dici, però voglio dirti che se in Italia ti accontenti è perché ci sei nata, hai i tuoi affetti che non ti giudicano se non sei ambiziosa e non fai carriera. In quel mondo là forse è anche normale che ciò accada.

    E infine, anche se talvolta si sente la pressione della società, sono sicuro avrai pensato anche tu tante volte che siamo padroni di noi stessi, che le scelte non sono mai irrevocabili e che cambiare vita è sempre possibile. Alla fine del ragionamento ti sarai sempre fatta due conti, immagino, e avrai deciso di rimanere là. Sempre meglio che appassire sotto casa, no? Non voglio fare nessuna morale, ma il problema non è mai il luogo o lo stipendio, ma noi stessi. Sei d'accordo?

    Con stima :)

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  2. Ciao dozeq, bello ricevere il tuo commento e sapere che segui il blog! la tua analisi è molto lucida e non posso che essere d'accordo. Sull'essere portavoce, a volte mi davvero sento tale, perché quello che scrivo è frutto anche dei discorsi quotidiani con colleghi e amici "expat" qui, italiani e non. Tuttavia non amo generalizzare, quindi mi sento anche in dovere di sottolineare che in certi momenti (come questo) l'insoddisfazione è maggiormente sentita a livello personale.
    E tu, dove ti trovi?

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  3. E' la tua analisi ad essere lucida. Io non mi sono mai trovato in quel mondo ma ho sempre supposto dovesse funzionare in quel modo che tu tanto bene descrivi. Salto da un posto all'altro, sono tornato a Napoli da poco, dopo sei mesi di tirocinio in Inghilterra, e ora mi accingo a volare in Australia e rimanervi un anno. Che dire, ho momentaneamente abdicato a prospettive di carriera per fare una vita un po' girovaga, il tempo dirà se la mia spensieratezza è stata deleteria o meno. Ti saluto e...a rileggerci ;)

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  4. Forse questo mondo non è altro che la banale "vita adulta" che molti della nostra generazione temevano, sperando che in qualche modo la nostra sarebbe stata diversa. Ma ancora una volta, forse sono io ad essere un po' negativa in questo periodo. Buon viaggio!!!

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  5. Buona parte delle persone che come me vivono in Italia è impegnata a inventarsi modi sempre nuovi per far tornare i conti. Se ne conosco di felici? Sì. Più che persone realizzate sono persone che hanno trovato un equilibrio fra lavoro, relazioni, progetti, tempo libero. E forse anche un senso nelle cose che fanno. L'arte dell'acontentarsi le tiene a galla e le fa essere, addirittura, felici? Può essere. Io però fatico a leggere tutto quanto in termini di ambizione e soddisfazione professionale. Forse perché l'agenda, qui, richiede prima ancora che 'possiblità di carriera' e 'criteri di meritocrazia' (quante volte questo coincide con l'omologazione al modello imperante e, in ultima analisi, all'obbedienza?), un prerequisito semplice: equità. Più che della nostra capacità di accontentarci io mi stupisco della disgregazione che, in una simile situazione, ancora e nonostante tutto, non rende possibile una reazione.

    Basterebbe mettere una piccola parte delle energie che spendiamo alla ricerca di un lavoro 'figo' (accettando di tutto, ingoiando l'impossibile) per ottenere condizioni di lavoro dignitose. E, in ultima analisi, per rendere più semplici le cose. Ma lo scrive un sognatore che dall'Italia, fra l'altro, si è mosso solo per fare le vacanze :-)

    Il tuo blog, concordo con dozeq, è sempre interessante
    Luca

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  6. Commento molto interessante Luca, che mi ha dato da riflettere e mi ha aiutato ad elaborare un concetto attorno a cui giravo da un po' di tempo: anche la medaglia della meritocrazia ha due facce, e la faccia "brutta" è quella dell'omologazione e della repressione sistematica della diversità. Il sistema delle multinazionali americane, di cui parlo diffusamente in questo blog, è un esempio lampante ma non certo l'unico.

    D'altra parte, come mi faceva notare un'amica inglese a cui ho sottoposto il tuo commento, sono proprio quelle società più "meritocratiche" ad essere quelle dove la società civile è più organizzata (associazioni, gruppi di pressione). Forse non si possono avere entrambe le cose? Una società non-omologante e non repressiva, eppure ben organizzata e con una grande coscienza civica?
    Grazie per lo spunto.

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