martedì 31 luglio 2012

Città d'agosto

Ah, che poesia la città d'agosto, diceva un mio romantico compagno di università. Cinefilo dagli occhiali spessi 10 cm, amava passare le torride giornate milanesi di agosto perso nei cinema d'essai, a vedere, probabilmente da solo, pellicole che in tutto avrebbero potuto contare su un'audience di 100 persone.

In effetti c'è una nicchia di viveur che affermano che stare in città ad agosto è un'esperienza trascendentale, rasserenante, che aiuta a ritrovare l'equilibrio con se stessi. Ma vuoi mettere, le strade senza traffico? E' una delle argomentazioni più utilizzate. C'è una pace, finalmente in ufficio riesco a fare tutto ciò che ho sempre rimandato durante l'anno, dice la versione finto-workaholic.

Nonostante possa constatare con i miei occhi gli indubbi benefici elencati dai signori di cui sopra (i quali, guarda caso, non sono mai stati costretti a stare in città ad agosto, ma semmai l'hanno scelto), a me, purtroppo, stare in città ad agosto fa sentire un cane abbandonato.

Che io mi trascini nel caldo torrido di Milano, o nel freddo antipatico di Bruxelles, la sostanza non cambia. Quello che conta è che "tutti" sono fuori città. E io mi crogiolo in un vittimismo eroico, indugiando appena sulle foto che gli amici più fortunati postano online da Milano Marittima o dalla Thailandia. 

Soffro in silenzio nella città d'agosto, anche se so che prima o poi il mio turno di vacanza verrà. In fondo, c'è più gusto a raggiungere una meta se prima c'è un po' di sofferenza.