mercoledì 2 maggio 2012

Gli habitués dell'Easyjet

Mi chiedo a volte se sia davvero una fortuna, essere disposta in maniera tale da metterci poco più di tre ore da porta a porta, da casa mia a Bruxelles a casa mia nel varesotto. Il salto spazio-temporale è così brusco, a volte, da lasciarmi disorientata per una settimana.

Sta di fatto che l'easyjet Malpensa-Bruxelles ormai è la mia seconda casa. E non solo la mia, a quanto pare. Ho iniziato a notare numerose facce ricorrenti, sui carrozzoni della speranza del venerdì sera e del lunedì mattina. C'è un gruppo di funzionari europei di un certo direttorato, in perenne viaggio per raggiungere la dolce metà. Ci sono un paio di attempati corrispondenti di un certo quotidiano (finiti i tempi dell'Alitalia in business class, a quanto pare). C'è un gruppo di presunti uomini d'affari, compreso un sottoinsieme goliardico non tanto dispiaciuto di vedere la moglie solo nel weekend. C'è una mamma divorziata che fa la spola per consegnare ogni finesettimana al papà due bambini che la seguono pazienti, trascinando i loro bravi trolley delle tartarughe ninja.

Si possono ascoltare storie di coppie perennemente in movimento, che incastrano figli e vacanze con udienze in tribunale e lavori impegnativissimi. Racconti giocherelloni della serata dai contorni proibiti, in una birreria belga con i colleghi. Ansiosi scambi di opinione su quale sia il quartiere più malfamato di Bruxelles (Gare du Nord, da quello che ho sentito stamattina. "Bada, lì non succede niente, ma sai, sempre meglio non rischiare", diceva un sedicente businessman con aria da duro).

Gran parte di  questi habitués dell'aria sono accomunati in fondo da una cosa: il rifiuto di vivere in un altro Paese. Sarà per motivi di coppia, sarà per motivi culturali o di orgoglio, sarà perché è una situazione temporanea, ma tutti questi pendolari dell'aria proprio non lo vogliono accettare, di vivere in Belgio. E soppesano le ore sul bilancino, quelle passate nella "lavorativa" Bruxelles e quelle passate "a casa". Bruxelles finisce per diventare un non-luogo (per dirla con Marc Augé), un momento di non-vita, in sospeso fra un weekend e l'altro. Che peccato.

Quello che da un certo punto di vista è un progresso - poter lavorare all'estero senza di fatto trasfersi completamente - è di fatto il modo migliore per perdersi il meglio dell'uno e dell'altro Paese, rischiando di cadere in un vortice spersonalizzante. Lasciamo stare lo stress di dover passeggiare sulla pista di decollo di Malpensa all'alba del lunedì mattina, in una sorta di processione aggressiva in cui sopraffare l'altro, anche per un millimetro di strada, procura inspiegabile e grandissimo godimento. Lasciamo pure stare lo stress dell'abbandono (per la serie partire è un po' morire, in entrambi i sensi di marcia). 

Quello che è preoccupante è che queste persone non si sforzeranno di integrarsi in Belgio, perché tanto sono lì "di passaggio". E con il passare del tempo inizieranno a sentirsi estranei anche in Italia, di cui non vedranno che il sabato e la domenica. Giusto il tempo di riposarsi un po' e fare un pranzo in famiglia prima di essere di nuovo in camera a cercare di incastrare nel trolley regolamentare un pezzo di parmigiano con l'ultimo romanzo acquistato alla Feltrinelli.

Il risultato è un essere umano spaesato e disorientato, con l'identità fatta a pezzi e la gastrite cronica da decollo. Non sarebbe meglio trasferirsi, una volta per tutte, abbandonando i compromessi, accettando lo stato delle cose senza mettere in gioco la propria identità ogni weekend? 

O forse è solo a me, che dà un fastidio lacerante, stare con un piede a mille chilometri dall'altro.