venerdì 2 marzo 2012

Dalle stelle alle stalle

C'è la fila che arriva fino a fuori, alle sette del mattino, in questo angolo malfamato della città a ridosso della Gare du Nord. Tra i muri fatiscenti spuntano ammiccanti prostitute di colore in vetrina, il rossetto fucsia che brilla nella nebbia di una mattinata piovosa. Tra un garage diroccato e un palazzo dove il neon emana a intermittenza la scritta "Peep show" si aggira un'umanità varia, che mal si abbina alle élites europee in riunione cinquecento metri più avanti, nello sfavillante grattacielo in vetro battezzato - non si sa perché - Covent Garden. In quella sala riunioni si stava bene al calduccio, qualche settimana fa.

La fila è composta, silenziosa. Mi aspettavo fisionomie multietniche, casi umani, barbe sfatte e scarpe da ginnastica bucate. Invece quelli in fila stamattina potrebbero essere miei (ex) colleghi. Cappotti, ragazze ben curate, ragazzi con l'aria di studenti universitari. Un po' più avanti nella fila c'è la cameriera del bar sotto al mio (ex) ufficio. "Anche tu qui?!" esclama incredula.

Già.

La fila procede e in meno di mezz'ora sono davanti all'impiegata dello sportello, una sorta di madre benevola, che mi dà alcuni moduli da compilare e le istruzioni da seguire nei prossimi mesi. Il tutto si svolge con rapidità ed efficienza, senza il minimo imbarazzo. Come prendere una medicina. Continuo a guardarmi intorno con circospezione. Tutti sembrano tranquilli, le mie previsioni catastrofiche totalmente infondate.

Anche oggi lo Stato belga avrà diverse bocche da sfamare in più. Perché anche le istituzioni europee hanno abbracciato con entusiasmo la moda dei contratti precari.