lunedì 1 agosto 2011

Orrore, arrivano le Worlidays

Di solito è una lettura piacevole, intelligente, leggera. Ma oggi la (altrimenti) brava columnist del Financial Times, Lucy Kellaway, ha scritto un pezzo terrificante. In pratica, elogiando le bellezze delle "Worlidays", termine da lei coniato per definire una "sana" vacanza in cui ci si concede di stare attaccati a computer e Blackberry senza sensi di colpa.

Qualche email la mattina, poi una passeggiata al mare, poi la stesura di un articolo e poi una bella grigliata con gli amici. Ecco la vacanza ideale della Kellaway, che incoraggia i lettori a lottare perché le Worlidays diventino la norma, consentendo a tutti un uso più flessibile del proprio tempo, e consentendo a tutti di prendersi le vacanze quando e quanto vogliono, perché tanto non sono mai vacanze.

Innumerevoli entusiasti hanno espresso la loro approvazione, con il sollievo complice di chi si ritrova a fumare colpevole fuori dal ristorante. Mollare il lavoro per qualche giorno è vissuto da alcuni come un vero e proprio trauma, che costringe a fronteggiare la moglie 24 ore su 24, oppure a dover stare con i figli adolescenti. Oppure semplicemente fare i conti con chi si è veramente. Troppo difficile. Più semplice pensare che lavorare e produrre siano le uniche degne ragioni di vita.

Meno male che qualche voce saggia - sul tardi - inizia ad apparire, definendo questi poveretti "brainwashed by corporate culture" e ristabilendo l'importanza di quella che anni fa veniva valorizzata come "vita privata". Facendo presente alla Kellaway che anche se a lei piace lavorare in vacanza, non per forza deve essere così per tutti.

E comunque, tra parentesi, anche io se facessi l'editorialista del Financial Times (forse) avrei piacere a stare incollata al Blackberry.

23-12-2011:
Ci pensano i potenti sindacati della Volkswagen a lanciare segnali di progresso: http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_23/volkswagen-lepri_39355486-2d60-11e1-8aef-f6cc58616bde.shtml