mercoledì 18 maggio 2011

Scusa Angela, ma...

Vorrei premettere che le mie argomentazioni in questo post non hanno fondamento macroeconomico, non sono frutto di studi di politica fiscale, e possono dunque risultare un po' superficiali.

Comunque ieri, parlando di Unione europea e crisi varie, la Merkel ha dichiarato che i Paesi dell'Europa meridionale devono lavorare di più. In 'sta crisi ci siamo dentro tutti, ed è ora di finirla che lavorano solo i tedeschi, dice la Merkel.

Un po' ha ragione: non è giusto che alcuni si facciano tre mesi di vacanza e vadano in pensione a 55 anni, mentre altri sgobbano fino ad almeno 65 e fanno massimo 20 giorni di vacanza.

Però io mi chiedo: ma il vecchio slogan "lavorare meno, lavorare tutti" (che guarda caso era di un francese, André Gorz) non sarebbe da rispolverare?

Dalle mie (ripeto, superficiali) osservazioni, vedo un mondo del lavoro paradossale: mentre aumentano i disoccupati, soprattutto giovani, chi ha un lavoro è sottoposto a pressioni - psicologiche e non - di ogni tipo, costretto a ricoprire tre ruoli insieme e fare orari pesantissimi, con il ricatto del "zitto e ringrazia che un lavoro ce l'hai, fuori c'è la fila".

Non sarebbe meglio assumere di più, e risparmiare ulcere e infarti a chi un lavoro ce l'ha?

Altro aspetto, di cui la Merkel non tiene conto (e giustamente, perché le statistiche non lo riescono a catturare), sono i contratti atipici: bisogna lavorare di più perché così si pagano più tasse e il debito pubblico tira un sospiro di sollievo.
Guarda caso, si dice, la giovane generazione non paga abbastanza contributi. Ma perché non paga contributi? Perché è pigra e non fa niente? No! E' che con i fenomenali contratti leggeri a quasi-zero contributi, la nostra generazione lavora il triplo di quella precedente senza che questo figuri da nessuna parte nelle statistiche previdenziali.

Quindi, se anche i greci la smettono di grattarsi la pancia e i francesi rinunciano alle loro 35 ore, il problema non si risolve. Senza contare che tutto ciò richiederebbe una massiccia rivoluzione culturale, che investisse la cultura, l'etica del lavoro, la mentalità dei paesi "lavativi".

Ma l'interrogativo più stuzzicante è: come decidiamo chi ha ragione? Siamo sicuri che ad avere ragione - in termini di filosofia di vita - è sempre e solo l'efficiente, produttivo e zelante nord Europa? Siamo sicuri che l'unico, definitivo, metro di giudizio della direzione che sta prendendo l'umanità è composto da Pil e debito pubblico?

Una riflessione più articolata, da una voce più autorevole, si trova qui.