sabato 15 gennaio 2011

Ehi stagista, portami un Martini

Avete presente quando accendi la tv e c'è un film sconosciuto, attori sconosciuti, periodo sconosciuto?

Stavo appunto cercando di attribuire al film almeno l'epoca in cui è stato girato, quando il capitano della nave si rivolge ad un giovane marinaio con l'appellativo di "stagista". "Ehi stagista, portami un Martini".

E allora ho capito subito che - nonostante fosse ambientato su una nave e i costumi fossero quelli dei marinai di tutti i tempi - si trattava di un film dei nostri giorni.
Credo che prima della fine degli anni Novanta, infatti, nessuno si sarebbe sognato di mettere in un film il personaggio dello stagista.

Prima d'allora non credo esistesse la curiosa pratica di fare lavorare gratis i laureandi/neolaureati/laureati da tempo senza offrire loro nessuna prospettiva di assunzione.

Una pratica interessante, che le aziende si affrettano a giustificare assumendo l'atteggiamento del benefattore: "ma come, ti sto offrendo l'OPPORTUNITA' di poggiare il culo davanti alle nostre prestigiose scrivanie, di utilizzare i nostri computer, di bere dalla nostra macchinettà del caffè e di usarla addirittura a ripetizione, per fare tanti bei caffè per noi".

O senza esagerare..."ma come, avrai l'ENTUSIASMANTE esperienza di contribuire al fatturato senza vedere neanche una lira".

Che si chiami internship, traineeship o stage, si tratta di una pratica assolutamente transnazionale e intercontinentale, che piace molto a tutte le latitudini.

La bolla bruxellese, poi, è un laboratorio della pratica dello stage seriale: tre stage sono il minimo sindacale, e il grosso della manovalanza che costruisce l'Europa unita è composta da giovini che si considerano fortunati se prendono 900 euro al mese, e vagano da un'istituzione all'altra, da una lobby all'altra, da una consultancy all'altra...in un girone folle in cui ormai anche al pub ci si presenta dando le proprie credenziali, secondo l'onnipresente imperativo del networking.

[E intanto li vedi che sghignazzano quando fatturano al miliardario cliente le ore lavorate gratis dallo stagista e fanno spallucce dicendo: ma tanto qui i ragazzi se lo possono permettere, se no non sceglievano questa carriera. Infatti, se no andavano a lavorare al supermercato, dove per favore, ditemi che lo stage non è ancora arrivato.]


2 commenti:

  1. in realtà ho letto vari annunci che offrivano uno stage come commessa...

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  2. Curioso davvero che la parola stagista abbia questa assonanza con la parola schiavo. Del resto la sottomissione è sempre stata una prativa umana. Uscendo dall'ambito sociologico, per andare in quello politico, mi spiace dire che lo sfruttamento dell'essere umano in senso economico sarà sempre più radicato (vedi Marchionne) perché ormai viviamo in un sistema di valori che ricalca l'unica superpotenza apparetemente uscita vincitrice dalla guerra fredda. Quando saremo tutti americani, e schiavi, potremo cantare viva la libertà, land of freedom and hom of the brave, rigranziando la statua della libetà, bush e obama perché, prestando la nostra vita alla catena montaggio, avremo la fortuna di essere pagati. Del resto, tranquilli, che il lavoro gratuito non diventerà un'istituzione, perché il libero mercato deve pure avere degli schiavi da fare girare tra gli scaffali di un supermercato. L'economia gira. L'importante è impedire, nella new economy, che i cittadini acquirenti abbiano la possibilità di accumulare risparmi, altrimenti le banche, che hanno il diritto di fare i propri interessi, non possono più guadagnare sugli interessi bancari. Questa è libertà. Questa è democrazia. Questo è occidente. Questo è tutto quello che noi siamo...

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