sabato 27 novembre 2010

American sickness

Sembrerebbe matematico, limpido e cristallino. Ti svegli acciaccato, starnutendo e con qualche linea di febbre. Andare o no al lavoro? Dopo un rapido calcolo sugli impegni più o meno cruciali e inderogabili della giornata, decidi che no, oggi non meritano lo sforzo della tua presenza.
SMS al capo: sono a letto con la febbre, oggi non ce la faccio...E si presenta il dilemma: aggiungere o no la fatidica frase: "sono disponibile in caso di urgenze"...la aggiungo, giusto per mostrare pro-attività ed entusiasmo, anche sotto i colpi di una possibile influenza imminente.

Email ai colleghi: ragazzi non sto bene ma...e la aggiungo di nuovo..."se avete bisogno chiamate pure".

Risultato: iniziano a fioccare le email: ci mandi un elenco delle cose che dovevi fare oggi? puoi telefonare a questo giornalista visto che l'avevi sentito tu? puoi mandare una mail a questo'altro? e così, tutto il giorno, fino a..."ci sarebbe questo documento da preparare per domani mattina. ci daresti una grossa mano se lo potessi fare tu".

Morale: per tutto il giorno ho lavorato come se fossi stata in ufficio. Dove ho sbagliato?

1) mi sono messa a disposizione : ma questo è praticamente un must per compensare il lusso di essere a casa malata
2) ho risposto a tutto: ma se non l'avessi fatto, me l'avrebbero rinfacciato, quindi avrei sbagliato comunque.

Conclusione: la soluzione era non ammalarsi.

Altre lezioni sulla bellezza dell'american dream...