martedì 18 luglio 2017

Giornalismo

Oggi ho commentato un articolo del Post. Sara' che sono in vacanza, sara' che l'argomento meritava.

E' un articolo di Giulia Siviero che critica una storia di copertina di Panorama per i toni sessisti.

Fra le tante riflessioni, una e' stata di compassione per la giornalista di Panorama. E per tutti i giornalisti che si ritrovano a dover dare certi tagli ai loro articoli, per seguire ordini dall'alto o piu' semplicemente inserirsi nella linea editoriale di un giornale che magari non si  sono neanche scelti, ma era quello che pagava. Non meglio. Che pagava punto.

Mi sono rivista quindici anni fa a varcare timidamente la soglia della redazione di Libero, che non mi ero scelta e che anzi mi faceva venire la pelle d'oca per i suoi titoli beceri e articoli sbilanciati e grotteschi. 'Se magari seguissi che so, immigrazione, centri sociali, quella roba li'', mi aveva detto un caporedattore che aveva presentato la redazione come 'nera, nerissima.'

Non ci tornai piu' e finii per lunghi mesi in un ufficio stampa che seguiva l'associazione delle patologie del colon retto, pagata, al mese, con una banconota da cinquecento euro in una busta.

Non posso neanche vantarmi di aver fatto una coraggiosa scelta di coscienza perche' fu direttamente il mio stomaco a impedirmi di comporre il numero di Libero, come da accordi, la settimana successiva.

L'esplorazione del magico mondo del giornalismo da parte del mio occhio naif e idealista era solo agli inizi.

Esplorazione conclusasi con l'amara consapevolezza che non esisteva un giornale libero davvero. O che perlomeno guardasse alla qualita' prima di tutta la sfilza di interessi, ideologie e poteri che ci stavano dietro.

Esistevano solo giornali pre-confezionati, dalle gerarchie interne ed esterne impenetrabili, e per giunta tutti affamati e in perenne crisi. (Senza contare la netta predominanza maschile e il clima da spogliatoio di calcetto).

Lo spazio che cercavo, per crescere, fare la 'gavetta', imparare e produrre articoli di qualita', senza dover necessariamente schierarmi politicamente, molto semplicemente non esisteva.

Quello che faccio oggi e' lontano dal giornalismo servizio pubblico a cui puntavo all'inizio. Del giornalismo conserva l'abilita' investigativa, la scrittura, la tecnica. Non si occupa ahime' di temi sociali, di politica o di grandi inchieste tipo quelle che smascherano le malefatte di certe multinazionali. Pero' e' un giornalismo trasparente e onesto, che non mente sui propri obiettivi e soprattutto non risponde agli ordini di nessuno. E' un giornalismo che fa profitto e quindi investe sulla qualita'. E io mi ci trovo bene.

lunedì 10 luglio 2017

Scene da un matrimonio

E' gia' da un po' che ci prepariamo. Ed e' proprio di questo che voglio parlare. Del fatto che e' gia' da un po' che ci prepariamo.

Insomma sabato si sposa uno dei miei migliori amici, in Francia. Uno di quelli con cui non hai bisogno di parlare troppo perche' sei legato a pelle e gia' sai. Si sposa col suo compagno ("adesso si usa cosi'", ha commentato serafica mia nonna novantaduenne sempre al passo coi tempi).

Insomma sono mesi che - mio malgrado - una frazione del mio cervello ritorna sull'argomento e compone l'aspetto importantissimo del look. Che stavolta e' pure doppio, visto che c'e' da vestire pure Giulia.

Diciamo pure subito che per Giulia e' stato facilissimo: e' bastato sguinzagliare il papa' per mezz'ora al reparto bambini del marks and spencer - per ritrovarci con non uno, ma due, vestitini a-d-o-r-a-b-i-l-i. Con tanto di scarpine, pure adorabili. 

Anche io alla fine ho avuto culo. Un sabato pomeriggio assolato abbiamo fatto due passi a Bailli con la mia migliore amica in visita dall'Italia (abituata ad assistermi fin dal liceo in tali imprese, preparata percio' al fatto che tali imprese mi mettono di un umore simile a un gorilla in cattivita'). E ho trovato questo vestito che la commessa ha definito 'hippy chic', regalandomi cosi' finalmente una definizione, un'identita' nel mondo del fashion. Quell'etichetta dignitosa di cui ero alla ricerca da anni, e che Milano non mi aveva mai aiutato a trovare, allontanandomi per sempre dalle vie della moda.

Tu credi che una volta trovato il vestito sia fatta, sei a posto. E invece no. Il vestito e' un apripista per una serie di rogne, a partire dalle scarpe. E l'intimo. E la borsa. E - purtroppo, essendo uno degli sposi britannico - il cappello (spoiler alert: da una ricerca affannosa su riviste di settore ho appurato che e' valido anche il cerchietto).

E non e' finita. Visto che e' estate, il corpo va sottoposto ad uno screening totale peggio della prova costume. Dalla testa ai piedi. Io per dire mi sono fatta una plastica all'addome.

Perche' sto scrivendo questo post, mi chiedo. Non che io creda che a qualcuno dei miei dieci lettori interessi qualcosa di questa digressione in stile Donna Moderna (mia mamma lo leggeva sempre ed e' da li' che a dieci anni ho iniziato a farmi delle domande sull'utilizzo della parola 'sesso').

Sto scrivendo questo post perche' come tutte le volte che vivo una situazione stressante, scriverne mi fa bene. 

Sto scrivendo anche perche' ci tengo a far riflettere il pubblico (soprattutto femminile ma non e' detto) sul fatto che in occasione di matrimoni et similia, passiamo molto piu' tempo (mesi) a pensare come dovremo vestirci rispetto al tempo effettivo (qualche ora) in cui dovremo effettivamente presentarci cosi'. 

Nel mio caso poi e' doppiamente frustrante perche' l'effetto ricercato e' invece quello effortless - tipo io non mi curo mica di queste cose sono un'intellettuale mica una sciampista di voghera. 

Ho tentato quindi di prendermi qualche piccola rivincita. Invece del cappello - che  nel mio codice di abbigliamento da persona non alta e' bandito fin dalle elementari - il cerchietto. Trasgressiva. Invece del reggiseno schiena nuda complicato che ci vuole un tutorial per metterlo e quaranta euri che quelle poche ora non ammortizzeranno tie', mi appiccico due copricapezzoli di gomma. Invece del tacco doloroso su cui soffrire per due ore prima di infilarsi le ballerine (che aborro), tie', vado direttamente con l'infradito nude look ultrapiatto (che tra l'altro slancia un casino e che comunque e' stato scelto per un'occasione simile anche da tale Bianca Brandolini d'Adda, che ho scoperto essere una modella e socialite). 
E la pochette? Ma fammi il piacere, ho preso una dignitosissima roba da dieci euro che in realta' e' un portafoglio ma non se me accorge nessuno, garantito.

Non so perche' sto scrivendo questa roba, davvero. Forse per la frustrazione di non potermi emancipare da questa dittatura dell'apparenza che ci rende tutti schiavi. Forse per la soddisfazione di aver trovato una serie di brillanti soluzioni ad un problema che ho creato io stessa insieme al genere femminile tutto. Forse perche' alla fine un po' e' importante anche sentirsi belle/i, ogni tanto.

lunedì 3 luglio 2017

Vasco e cosi' sia

L'ho scoperto appena una settimana prima, e ormai era troppo tardi. I biglietti probabilmente sold out da mesi o in mano a bagarini selvaggi, e io a letto con l'ombelico fasciato.

Cosi' ho passato il sabato sera sul divano un po' a emozionarmi e un po' a rodermi che non c'ero anch'io a quel mega concerto di Vasco a Modena. Io non sono una grande frequentatrice di concerti, anzi, ai concerti ci vado controvoglia e solo perche' qualcuno mi ha comprato il biglietto e mi dice dai andiamo. Faccio una gran fatica a farmi catturare dalla musica, e finisco per annoiarmi bevendo birra tiepida in quei bicchieri di plastica. Poi magari a casa, in solitudine, e' diverso. Ma tant'e'.

Pero' Vasco no. Vasco mi emoziona a casa ma mi emoziona pure dal vivo. Vasco e' la mia storia emotiva dai vent'anni in poi, quando il mio allora grande amore me lo fece conoscere a suon di musicassette (si!) e poi di CD masterizzati.

Vasco e' l'apice di quell'amore e poi della sua rovinosa caduta. Vasco e' luglio nel varesotto ad andare a scroccare la piscina a chi ce l'aveva.

Ma non rimane ancorato ad una storia sola, no. Si ricicla, sempre attuale.

Diventa cosi' bandiera dell'amore piu' tossico - in tutti i sensi - dell'universita' -che in raptus alcolici mi diceva dai ti porto a San Siro a vederlo e poi non mi comprava il biglietto. (Presa dall'emozione l'altra sera sono pure andata a controllare il suo profilo facebook e ho scoperto che ha due figli. Ma pensa.)

Ma Vasco va bene per qualsiasi storia, anche la piu' insulsa -e infatti 'Un senso' arriva al momento di una relazione di cui il senso proprio non si trovava. E la rende subito piu' bella, poetica e colorata, sempre nelle notti varesotte perche' Vasco si sa, con la provincia ci va a nozze.

Vasco cementa le amicizie, e a Imola nel '98 c'eravamo noi, amiche del cuore, tutto il giorno sotto al sole e la notte a dormire nelle aiuole aspettando il treno.

Durante la rottura piu' sanguinosa della mia vita, nel mio neo-affittato bilocale bruxellese, Vasco c'era.

E pure nell'inizio successivo.

Ora e' un po' che non lo ascolto, effettivamente. 'Che vecchie, ci dovevamo organizzare', ho scritto su whatsapp alla mia amica del cuore quella che c'era pure nel '98. Mi ha risposto che anche se vive in Italia l'aveva scoperto tardi pure lei, che glielo aveva detto sua sorella.

In un momento di follia mi sono immaginata a portare Giulia a un suo concerto, quando lui avra' tipo novant'anni - e lei che mi prende per il culo di nascosto con le amiche.

Insomma, viva Vasco e cosi' sia.

domenica 18 giugno 2017

Mangia-tempo

Oggi si parlava di tempo. Tempo di fare le cose, tempo di pensare, tempo per se'.

[Parto ormai dalla convinzione che quando uno dice che non ha tempo per far qualcosa, e' perche' non la vuole fare davvero. Ugualmente, quando uno dice che non ha tempo per se' ho il sospetto - che magari a volte e' infondato - che quella persona non abbia davvero voglia di stare con se stessa.]

Comunque. Dicevo che ho sentito che c'e' una roba di Amazon che tu metti dei pulsanti in giro per la casa, che ne so, vicino alla lavastoviglie -e quando finisce una cosa - tipo il detersivo - schiacci e fai un ordine e quello ti arriva a casa senza che tu debba sgomitare con arzille velate nei supermercati low cost il sabato pomeriggio.

Ho pensato che ci sono tutta una serie di attivita' che mangiano il tempo. E che vanno bene se stai cercando di distrarti, di non pensare a una storia finita, a una persona fastidiosa o a un obiettivo fallito tipo perdere due chili. Ma se stai invece disperatamente cercando qualche minuto di pace per scrivere, pensare, bere una birra con qualcuno che conta, queste attivita' ti snervano - perche' stanno esattamente fra le palle, a misurare la distanza fra te-automa e te-Persona.

Il vissuto di queste attivita' e' soggettivo. Nella mia routine serrata, ecco le attivita' che trovo le piu' mangia-tempo in assoluto, che se conto il tempo che ci dedico/ci si dedica in media mi vengono i brividi e mi si rizzano i capelli e voglio urlare che il mondo non e' giusto:

- lo shopping, soprattutto il sabato pomeriggio e soprattutto se non he hai voglia (nel mio caso, il 98% delle volte)
- prenotare cose, prenotare viaggi, prenotare aerei. Pianificare. E' vero dopo sei contento di essere a Maiorca, pero' il tempo speso su booking o skyscanner non te lo restituisce piu' nessuno
- Ikea, real estate e affini. Ho amici che passano ore a raccontare lussuriosamente il dettaglio di un divano nuovo o della piastrella della loro casa nuova. Tutto il tempo passato non solo a comprare le suddette cose, ma anche il tempo che devi passare in una conversazione su tali suddette cose, lo considero tempo rubato alla mia esistenza. E mi fa male.
- cercare casa. Da affittare, da comprare, non importa. I ragionamenti sulla casa. Meglio affittare, meglio comprare.
- gli oggetti. Comprare, possedere.
- i gruppi Whatsapp. Per favore, no. (tranne qualche rara eccezione e si parla di non piu' di tre partecipanti)
- i mezzi pubblici. Quando non arrivano, quando sono lenti, quando si bloccano.
- i semafori. Quello di Arts-Loi, soprattutto quello di Arts-Loi. Dieci minuti per attraversare un incrocio per andare a prendere un panino.
- la spesa, soprattutto se per comprare lo scottex e la carta igienica e il sapone per le mani

La lista potrebbe continuare, e mi rendo conto che forse e' piu' facile elencare le attivita' che non considero perdita di tempo, che si riassumono con leggere, scrivere, riflettere e stare con le persone che ami e ti arricchiscono.

C'e' poi anche un'altra considerazione da fare. Che anche le attivita' antipatiche della lista - almeno alcune, tipo i mezzi pubblici -puoi trasformarle in tempo di qualita' se riesci e metterti nello stato d'animo giusto.

E allora, la quantita' di tempo che uno ha per se' si estende di nuovo, potenzialmente all'infinito.

martedì 6 giugno 2017

A mali estremi

Quando e' troppo, e' troppo. Dopo l'ennesimo 'ao' ma mica ne aspetta n'artro', sabato ho deciso che era giunto il momento. Io ci ho provato, nei limiti delle mie modeste possibilita' di energia e di tempo. Ma quello che un tempo fu il mio glorioso addome, asset di punta, gioello della corona, flagship store della mercanzia, non si riprende. Sta li', flaccido, inerte. Mai avrei pensato che mi avrebbe delusa. Sui fianchi, le gambe, non riponevo alcun tipo di aspettativa. Ma lei, la mia pancia piatta, non mi aveva mai destato preoccupazione, nemmeno quando si era gonfiata a dismisura per contenere Giulia.

Tant'e'. Complice un viaggio in Italia e le ripetute pressioni materne, sabato pomeriggio ci vede varcare la soglia del negozio di intimo del centro commerciale varesotto. 'Vorrei una..uhm...pancera', dico a mezza voce alla commessa ventenne. 'Tipo una guaina contenitiva sa, per la pancia', strilla delicatamente mia madre.

Ah certo ho capito, fa l'adolescente. Con la coda fra le gambe la seguiamo verso un angolo buio, che non avevo mai notato nel mezzo di tanti completini colorati, di pizzo, sfiziosi, sexy, carini.

'Che poi sono pure carine, 'ste pancere', commenta con falso ottimismo mia madre. 'Beh carine non direi', si lascia scappare la commessa mentre rovista in un cassettone in basso. 'Utili', aggiunge incoraggiante mentre io voglio sprofondare nel pavimento del Gigante, in quel momento preciso. 

Vado a provare l'affare, una specie di costume da bagno rigido dal feel ottocentesco. Quindi avevano ragione loro, quelle dei corsetti. Anni di lotte femministe buttati all'aria. (Non a caso la piu' strenua sostenitrice di tali metodi e' la nonna, che il giorno seguente di affari me ne regala tre.)

'Ha ancora i postumi della gravidanza', sussurra discretamente (cosi discretamente che la sento da dentro al camerino) la mamma alla commessa che sono sicura se la sta ridendo sotto al mascara. 'Ah ha partorito da poco?'. Ok voglio andarmene. Subito.

Usciamo dal negozio dopo aver speso la modica cifra di euro ottanta - pero' abbiamo avuto in omaggio un simpatico pareo rotondo.

Ho tradito i miei principi. Il principio della comodita', secondo cui mai bisogna indossare un abito scomodo che' il proprio benessere e' prioritario all'immagine. E il principio dell'onesta' dell'abbigliamento, per cui se hai le tette piccole e'disonesto mettere il reggiseno imbottito e se sei bassa e' disonesto mettere i tacchi.

Pero' la cosa funziona. Cazzo se funziona. In un attimo mi sento quasi normale. E un'amica che non vedo da tempo aprendo la porta esclama 'come sei dimagrita.'

Ho ritrovato la pace.

domenica 28 maggio 2017

Number two

In questi giorni al mare guardavo le altre famiglie, e quando ne vedevo una con un figlio solo, gia' un po' grandicello, mi calava una patina di tristezza.
Maiorca, maggio 2017

Pensavo al crescendo di difficolta', per i genitori, ad intrattenerlo/a. Alle ore di solitudine in casa, che giocoforza devono saltare fuori, tra la scuola, il corso di nuoto e la cena. E appunto, alle vacanze. In cui e' vero puoi socializzare con gli altri bambini, ma senza l'appoggio sicuro che potrebbe darti un fratello.

Insomma, dopo il primo figlio inizia un secondo round di riflessioni, pressioni e sensi di colpa a cui tocca rispondere in qualche modo.

Vorra' un fratellino con cui giocare, e' la mia preoccupazione principale - sostanzialmente l'unica di fronte a un mare di svantaggi. 

Questo ragionamento  mi permette di sciorinare lucidamente una serie di realta' che nell'immediato dopo-parto una combinazione di inbecillita' ormonale e senso del pudore contribuiscono a tenere segrete.

Mi pare di avere accennato alla fatica. Prima cammini per nove mesi con la sensazione di aver ingoiato un ferro da stiro, che nella testa inizi a calcolare la traiettoria piu' breve perfino per attraversare una piazza. Poi il terno al lotto del parto, che nel mio caso si e' concluso con un doloroso (in tutti i sensi) taglio cesareo. Poi i chili che non se ne vanno piu', intanto che continui a prestare il tuo corpo alla causa in modalita' latteria-open-bar. E ok, e' vero che io ho riposto forse un'eccessiva fiducia nei benefici del walking a scapito di kine e nuoto, ma il corpo non torna come prima. C'e' sempre qualcosa che sta li' a indicarti che ormai indietro non si torna. 

Del sonno ho gia' ampiamente disquisito. E una volta che delicatamente, in punta di piedi, si inizia di nuovo ad assaporare una notte intera come si deve, vogliamo davvero ripiombare nella tortura urlante della sveglia ogni due ore?

Insomma, motivazioni razionali non ce ne sono - a parte la discutibile prevenzione della solitudine casalinga.

Ma d'altronde non ce ne sono neppure molte per un primo, oggigiorno che i nonni sono lontani, abbiamo lavori totalizzanti e mille distrazioni edonistiche a portata di click.

Eppure qualcosa di misterioso e oscuro opera nell'ombra, perche' alla fine i bimbi si fanno.