Oggi ho evitato di andare
ad un evento di lavoro perché non avevo lavato i capelli. E non avevo lavato i
capelli perché questa mattina mi sono alzata e, come è capitato svariate volte
negli ultimi mesi, non c’era l’acqua calda. Tra l’altro sono arrivata in
ritardo in ufficio perché ho dovuto fermarmi al BRICO a comprare un intero kit
di sterminio topi, visto che ieri sera, mentre ticchettavo amabilmente sulla
mia tastiera in salotto, ho scoperto uno di quegli esseri immondi che
sgranocchiava i miei cioccolatini.
Ora, mentre di giorno uno
si pavoneggia tra un badge e l’altro sentendosi parte della sospirata élite
europea, di sera torna a casa e fa i conti con uno scenario da periferia di
Calcutta. Lasciando stare le sfighe casalinghe che si abbattono sul mio caso da
qualche mese (e da qui la ricerca della casa perfetta), gli episodi di oggi mi
hanno portata da una riflessione più generale, frutto di anni di osservazione.
La riflessione è: più fai lavori da ricco, più rischi di essere povero.
Mi è venuto in mente, ad
esempio, di quando ero in Bulgaria per il mio MAE-CRUI (l’élite che legge
questo blog sa certamente di cosa parlo). La mattina mi facevo strada nel fango
di un quartiere periferico di Sofia, indossando delle vecchie doctor Martens
color ciliegia mentre schivavo bottiglie rotte e auto scassate dei malviventi
locali. Poi approdavo nella scintillante residenza dell’ambasciatore dove
facevo l’addetto stampa, per cui sfilavo dall’armadio delle scarpe eleganti, vabbeh, delle scarpe nere, mi toglievo la giaccavento e fingevo di aver appena fatto il bagno nel profumo in una villa in centro. Poi tornavo la sera e cucinavo spaghetti per
alcuni avanzi di galera. Il mio stipendio era pari a zero, in quanto come tutti
sanno, il MAE-CRUI ti permette anche di andare in Afghanistan se vuoi, ma te lo devi pagare tu.
Ma mi sono venuti in
mente mille esempi simili o più eclatanti, visti o sentiti raccontare, in
questi anni di freuentazione del jet set stage europeo. Una collega di recente mi ha
raccontato di aver lavorato un anno al MOMA a New York, senza beccare un soldo. Poi ha pensato di dedicarsi alla finanza. E ancora ammiro un mio compagno di corso tedesco che ebbe il coraggio di intervenire a tono alla presentazione di un prestigioso think tank internazionale, che chiedeva 4 lingue, master, 3 stage alle spalle, e offriva uno stage gratuito senza possibilità di assunzione.
Diritti umani. Relazioni internazionali e diplomatiche. Giornalismo. La realtà è che,
dopo aver investito svariati milioni in studi e master e corsi "fighi", uno si trova
inevitabilmente a dover – per anni – a continuare a svenarsi (o più
probabilmente, svenare i genitori) per apparire sufficientemente ricco da essere all'altezza dell'ambiente in cui lavora. Che però non ti dà modo di essere ricco perché non ti paga. Ambasciate, redazioni di giornali, gallerie d’arte,
istituzioni, associazioni umanitarie, think tank. Più il lavoro è ambito ed
elitario, meno ti viene retribuito. Se ha la parola “diritti umani” nel titolo poi, stai tranquillo che i primi diritti umani a venire calpestati sono i tuoi.
Sportelli bancari, imprese edili, studi contabili, aziende meccaniche. Chi avrebbe mai indicato questi posti come ideali? Eppure lì lo stipendio ce l'hai da subito. Insomma, più devi apparire ricco, e più facilmente ti troverai a scaldarti la
minestra di riso in una baracca in periferia.



